Come si diventa qualcosa che non si è!


Capita nella vita di sognarsi, di credersi, di desiderarsi all’altezza dei proprio sogni… ma alle volte si finisce per diventar altro, questo a causa di una serie di fenomeni molto particolari… tutto capita all’improvviso quando una sorta di frenesia sociale ti porta a cercar lavoro… e tu cerchi il lavoro che più desideri, quello che ti soddisfa e ti piace di più… quello per cui hai studiato e ti sei formato! Ma questo strano sistema economico invece di inseguire le passioni cerca e ti costringe a diventar un soggetto con una mentalità da sopravvissuto… perché pur di “campà” sei costretto ad abbandonare i tuoi sogni, le tue passioni, i tuoi interessi! E ti accontenti di ciò che trovi… e se all’inizio cerchi ciò che desideri… piano piano ti ritrovi a cercar qualcosa di simile… e poi…  qualcosa di completamente diverso! E si finisce, anche, per dimenticarsi ciò che si pensava e si sognava di diventare! M’impressiona sempre sentirmi dire pensa ho studiato questo ed ora faccio quest’altro! Perché mi domando sempre se sia stata una scelta dettata dalle condizioni oppure una scelta consapevole! Inseguire i propri sogni e la propria strada… pedalare sulla propria bicicletta delle emozioni… questo dovrebbe esser concesso a tutti noi! Questo permetterebbe ad un sistema imprenditoriale di raggiungere nuove ed importati scoperte. Come scrive Cesare Segre il fine del critico non è discorrere del testo, ma descriverlo, interpretarlo e nella sua prospettiva storica valutarlo. Non sono mai stato un fautore delle violazioni dei confini disciplinari, non è un caso che specifico sempre (e mi piace che si specifichi di me!!) che le mie, sia pur modeste conoscenze si rivolgono alla psicologia delle organizzazioni (e solo a questa!) ed in particolare alla valorizzazione del capitale umano. Credo però che la psicologia delle organizzazioni, non possa non affrontare sia pur laicamente, alcune questioni di pregnante interesse del mercato del lavoro! È con tale spirito, quindi, che mi avvio ad una personale conclusione, che presenta sicuramente notevoli lacune e imprecisioni, ma che riporta il mio laico e radicale pensiero! Con ciò mi riferisco a quel concetto molto caro a Marx quando specificava che essere radicali è afferrare la cosa alla radice. Ma la radice per l’uomo è l’uomo stesso. L’Art.4 della Costituzione Italiana recita la Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Oggi ci sono centinaia di giovani sotto i 35 anni che vedono leso questo diritto! Credo che esista una difficoltà nel costruire un grande percorso di riforma del mercato del lavoro a causa della debolezza politica Italiana. Se è vero come è vero che dalla crisi si uscirà fra un bel po’ di anni, bè molti miei amici avranno oltre 40 anni, e mi chiedo… come sarà consentito loro Il diritto a realizzare i propri sogni, Il diritto ad un salario equo, il diritto ad una casa, il diritto di vivere la propria vita credendo nel futuro, il diritto a costruire una famiglia, il diritto di vivere e non di arrancare. Come accumuleranno le loro pensioni… Si può per una volta entrare nel futuro e protendersi verso di esso, come fu per lo statuto dei lavoratori? Vivo un’assurdità di fondo : può un mondo di contratti indeterminati, con pensione assicurata, raccontarmi che il mio futuro sarà stupendo? Può questo mondo parlare di me, nel bene o nel male? Vago per la città con i miei pensieri, con le mie domande, cammino al fianco di molti miei coetanei…  si discute, si ride e si canta… ma certe domande non si fanno mai! Certo domande fanno male! Perché alla fine a nessuno di noi piace non poter costruire il proprio futuro! Ma questo forse a certi sfugge, o forse preferiscono i dati, i convegni,  le disquisizioni… alla fine a noi, non resta che sognare di scrivere una nuova storia!Una storia che parli di noi, del nostra saper fare, del nostro esserci! Che parli del nostro capitale umano, ecco perchè credo in una nuova idea di diritti dei lavoratori, ecco perché credo in un diritto del capitale intellettuale… ecco perché credo nel Bilancio della forza del Lavoro!

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  1. Mary scrive:

    … capita anche di non sognarsi, di non sapere bene cosa fare nella tua vita e di cambiare idea nel corso degli anni, perché non hai una sola passione o un solo ambito di interesse, ma molte, tante, forse troppe cose ti affascinano (io sono per lo sconfinamento invece, per le “violazioni dei confini disciplinari” perché, nonostante tenda ad una certa linearità nei ragionamenti e nel modo di pensare, mi piace questo tipo di “confusione”) e di volta in volta scegli di voler diventare qualcosa, qualcuno, diverso da quello che pensavi di voler diventare fino a poco tempo prima.
    Capita poi, nel corso della tua pur breve esistenza, di farla qualche esperienza, anche perché costretto, se così vogliamo dire, dalle circostanze della vita o del percorso che hai deciso di intraprendere, che ti induce a mettere il naso fuori dal tuo raggio d’azione, da quello che è stato fino a quel momento, e aprirti al mondo, allo sconfinato e sterminato mondo del lavoro e ti affacci ad una delle tante realtà che hai avuto modo di esplorare (ed è una fortuna, se uno ci pensa, c’è chi purtroppo non ha neanche questa possibilità, di poter scegliere… perché magari non ha neanche uno straccio di scelta, figuriamoci un’opzione alternativa).
    Cominci, ti piace. Ti piace l’ambiente, le persone, anche quel poco che cominci a fare e che, in quel momento, ti sembra tanto e che ti fa sperare che poi, di lì a qualche mese (troppo frettolosa?), le cose cambino, migliorino, ti si aprano altre strade, altri incarichi, conferme, avanzamenti magari. Invece tutto si ferma. Non ti era stato promesso niente, certo, ma il clima che si era instaurato ti aveva fatto pensare che forse, forse, qualche possibilità c’era, qualche esempio vivente lo testimoniava. Invece niente.
    Pazienza, mi si dirà, non è certo la fine del mondo. E difatti non lo è stato, vista la vicenda a posteriori e razionalizzato il tutto. È stata un’esperienza, bella per quanto è durata… ma poi terminata. Stop.
    Non ho cercato ciò che ho desiderato, ma ciò che avevo trovato mi era piaciuto. Nel fare quello che ho fatto, non ho inseguito un sogno… certe volte faccio fatica a trattenerlo, a tenerlo fermo nella mia mente il mio sogno, nella forma che di volta in volta assume… non ho una strada prestabilita, la sto costruendo, tra mille difficoltà, impedimenti, fallimenti. Una strada non bel lastricata, per far correre la bicicletta delle emozioni… tanto per “rubare” una frase dal testo precedente. E non so se, alla fine di questa strada accidentata, incontrerò l’ennesimo bivio, uno strapiombo o la mia isola felice (anche se spero più in un arcipelago, vista la mia propensione a sconfinare anche in altri ambiti e discipline, per prenderne il meglio e trovare un punto di contatto).
    So però, ora, nel momento in cui scrivo, quello che voglio. Ho meno di 35 anni e so che, una volta terminato questo percorso, una volta terminata questa fase della mia vita, voglio iniziarne una nuova, possibilmente felice, che mi soddisfi e mi faccia sentire realizzata, che mi renda orgogliosa di quello che sono e di quello che sono diventata, della fatica fatta e dell’energia spesa; vorrei che chi mi vuol bene sia fiero di me e non dubiti, neanche un solo istante, che tutto sia stato tempo perso o sprecato o che io sia una persona diversa da quella che ero. Vorrei che chi mi vuol bene continui a volermene, apprezzando quello che sono diventata e che possa contare su di me.
    Vorrei che quell’articolo 4 della Costituzione valesse anche per me, trovarmi nelle condizioni affinché il diritto al lavoro sia effettivo anche per la sottoscritta. Immagino che chi mi conosce, o crede di conoscermi, data la mia “storia”, potrebbe pensare che per me tutto filerà liscio come l’olio, che avrò magari un destino diverso da quello di tanti altri giovani che vivono in quest’Italia così piena di problemi e ingiustizie, perché parto da una situazione potenzialmente privilegiata. Però non posso escludere una sorte simile, nonostante tutto, e per questo mi sento in dovere di pensare in modo cauto e prudente, non senza speranza e alcune crescenti ambizioni, al mio futuro.
    Qualcuno una volta ha detto, a noi che appunto arriviamo da una posizione “privilegiata”, di praticare un po’ di sana “solidarietà generazionale”; mi chiedo ora, alla luce di queste riflessioni, se davvero non ci rimanga che questo. Provare solidarietà per quelli della nostra stessa generazione, quando viviamo in una società ingiusta, in una società di padri che sostengono i figli, facendo da ammortizzatori sociali, perché lo stato in cui viviamo non garantisce le adeguate condizioni per favorire la realizzazione professionale e personale di ciascun individuo. È quantomeno assurdo!
    Concludo dicendo che in questi giorni mi sto dedicando alla lettura di un testo, “Fault lines” (che consiglio vivamente per avere un quadro complessivo preciso e puntuale delle cause e delle conseguenze della crisi iniziata nel 2008), che è prettamente economico, certo, ma che mi ha riportato alla lettura di questo blog perché mi ha colpito in un passaggio:

    “fin qui ho usato il termine “istruzione” anche in riferimento all’occupabilità, ma un termine migliore sarebbe “capitale umano”, che indica l’insieme delle caratteristiche – tra cui salute, competenze, intelligenza, modi, attitudine sociale ed empatia – che fa di una persona un membro produttivo della società. L’istruzione formale, d’altra parte, riveste forse il ruolo più importante nel formare il capitale umano di un individuo, benché la famiglia, la comunità e il luogo di lavoro svolgano anch’essi una parte importante.”

    Non so se parliamo dello stesso capitale umano, però dalla lettura (del solo primo capitolo!) emerge una cosa importante: una delle faglie presenti nel sistema economico statunitense (ma anche mondiale), precedenti all’esplosione della crisi, è stata la persistente disuguaglianza in termini di reddito tra classi sociali, intensificata anziché ridotta, dal livello di istruzione, a cui molte persone, di ceto medio-basso, non riescono più ad accedere, per diverse ragioni, non solo economiche.
    Ad un certo punto, Rajan, l’autore del libro, dice:

    “L’invidia non è qualcosa che storicamente appartiene agli americani, in gran parte perché veniva tenuta sotto controllo dalla fiducia in se stessi. Ma se la fiducia in se’ appassisce, come possono l’invidia e il suo stretto cugino, l’astio, rimanere lontani? […] Se questa tendenza non subirà qualche cambiamento, non sarà impossibile contemplare l’avvento di una rovinosa lotta di classe. ”

    Il rischio che il sogno americano si infranga c’è e c’è stato con questa crisi. La storica speranza di affrancarsi da un certo tenore di vita, attraverso il duro lavoro, il coraggio, la determinazione per raggiungere la prosperità economica rischia di trovare non pochi ostacoli nel suo processo di compimento. Speriamo che la stessa cosa non accada anche da noi.

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