Se non ora quando… Il mio tempo è adesso!


Vuoi lavorare? Tranquillo… arriva la legge 30 del 2003, per salvarti, per dirti che è merito suo se ti sei guadagnato il tuo bel posto di lavoro ( prima, insiste non lo avresti mai ottenuto!!!). Si la legge 30 ti parla, ti dice che questo è il lavoro del nuovo millennio. Devi essere in grado di passare da un contratto ad un altro, che importa se dura 6 o 12 mesi, che importa dei tuoi sogni e del tuo futuro, stai lavorando, stai guadagnando, puoi prendere “soldi” che prima non avresti mai preso ( è il nuovo concetto capitalista prima i guadagni, i margini, i profitti, le azioni e poi forse le persone); che importa se rimani a casa fino ai 35 anni, cercando e sperando di ritrovare i tuoi sogni…. Si perché tu, anche se gli anni passano, anche se il tuo futuro non riesci proprio a vederlo, anche se sei solo un “bamboccione” tu, i tuoi sogni non li hai persi…. una casa, una famiglia,  una vacanza spensierata o semplicemente una moto, perché da bambino sognavi di girarti il mondo in motocicletta. No, i tuoi sogni sono lì, non se ne vanno anzi ti fanno lottare per un mondo migliore. I tuoi nonni hanno lasciato ai tuoi genitori una società in cui il futuro era certo e pieno di diritti, oggi ti si consegna un mondo senza speranze. Tu sogni di  costruire una società in cui futuro e speranza saranno garantiti. Insomma eccoti qui, sei alle porte del fantastico mondo lavorativo, fin ad ora ti hanno raccontato tante storie ma tu credi sempre alle più belle, alle più spensierate. Però sei confuso, pensi, rifletti; ti accorgi che durante gli anni dell’università o della scuola superiore non ti hanno mai raccontato che stavi per attraversare una giungla. Ascolti e scopri che ti danno del “bamboccione” perché non riesci ad andar via di casa e ti chiedi se con 6-700 euro al mese si và da qualche parte… o se con 1000 euro puoi pensare di vivere… O se con 1500 euro al mese, ma con un contratto che scade il 31 dicembre si può progettare un futuro… Vorresti chiedere, vorresti dire, urlare quanto sei arrabbiato ma non puoi e allora non sai che fare, vaghi, giri e pensi, pensi pensieri che non vorresti pensare mai. Si sogni, sogni un mondo diverso, che sappia ascoltarti, che sappia accoglierti, che sappia sentire il tuo grido disperato, che sappia ascoltare la tua lacerante inquietudine interiore. Vorresti parlarne con qualcuno ma ti accorgi che in giro la situazione non cambia molto, i tuoi amici, i tuoi conoscenti e anche quelli che non conosci proprio, trovi un popolo immenso fatti di giovani sotto i 30 anni alle prese con contratti strani, dai nomi più astrusi. Si perché a te non interessa molto come si chiamino vorresti solo avere certezze non molte ma almeno una: il lavoro.  E allora sei arrabbiato col mondo, quando scopri che tutti questi contratti dai nomi più astrusi l’unica cosa che fanno e crearti una confusione bestiale o che nessuno di essi ti tutela come vorresti. Incominci a pensare al domani, al domani che non trovi, al domani che vorresti e sogni di poter avere un casa tua piena di calore, quel calore che non trovi più in una società che non dà certezze. Sogni una vita con la tua compagna, una vita al massimo come ti riproponevi quando eri piccolo, ma alla fine sono solo sogni, sogni, solo sogni. La realtà è tristemente maledetta da un futuro inesistente, da un futuro talmente incerto che per trovare quel calore devi rifugiarti nella tua cameretta con la tua ragazza trovando anche lì mille precarie soluzioni alla tua assurda situazione. Sei un precario in tutto non solo da un punto di vista economico ma anche di sentimenti, emozioni perché l’insicurezza del futuro rende precaria la stessa esistenza. L’essere precario o flessibile (come dice qualcuno) ti rende triste dentro, nel tuo IO più nascosto; ti rende insoddisfatto di te, e così scopri, guardandoti dentro, la verità. Sei rassegnato e deluso da un futuro che nessuno ti aveva descritto, che nessuno ti aveva prospettato. Sei triste, talmente triste che ti chiedi il motivo per cui sei finito in una guerra fra poveri, si poveri precari; dove la lotta a chi sta meglio è dettata da parole o da simboli incomprensibili, una guerra tra poveri che potrà protrarsi all’infinito.

Una guerra fatta di contratti che non vorresti mai accettare perché ti lacerano dentro, contratti che non ti rendono felice, perché tu, hai sempre sognato di avere un lavoro divertente: il tuo lavoro. Quello per cui hai studiato, quello che ti ha aiutato a superare momenti difficili, da piccolo pensavi che saresti stato pagato per giocare, si perché fare ciò che ti piace veramente, è un gran bel gioco; ed invece ora, ti ritrovi a fare cose che non ti interessano. Pensavi che il lavoro fosse l’inizio della tua realizzazione, l’inizio di quel sogno, ed invece è l’inizio di un incubo che sembra non finire mai, passi da un lavoro ad un altro, da un contratto ad un altro; senza mai riuscire veramente a risparmiare qualcosa, vorresti pensare di comprare una casa, o almeno una macchina, farti un viaggio, ma ti accorgi dell’impossibilità di vivere. Ciò che fai è un nuovo Lavoro Nero Legalizzato, sotto pagato per le tue aspettative, senza diritti, non sai mai cosa ti aspetta il giorno dopo, un senza futuro…….

Per tutti solo un numero, una cifra statistica, un modo corrente di esser incasellato in qualche parte di un puzzle che non ti appartiene, ma tu sei vivo, hai dei sogni, e vuoi vivere la tua vita….. e non ci stai a questa vita atipica. Allora incominci a guardarti intorno, a cercare informazioni, cerchi di sapere il più possibile, interroghi internet, discuti nei vari blog della tua situazione e ti accorgi di non essere solo, di vivere la stessa angoscia che vivono in molti. Ti ribelli al bamboccione, no, non lo sei, non è colpa tua, questa è una situazione che non hai creato tu, è il frutto di scelte sbagliate. Siamo la generazione del sistema economico flessibile, dei contratti a progetto: la generazione precaria non per scelta ma per condizione.

Così cerchi di conoscere il tuo famigerato nemico la legge 30, cerchi di capirla, di capirne il senso. Studi, comprendi, perché come ti hanno sempre insegnato “la cultura rende liberi”.

Scopri di essere un atipico, anche se già da subito pensi che più che atipico sei Tipico, si perché se è vero che la parola tipico in italiano significa “che è caratteristico di una cosa” allora vuol dire che poi alla fine non siamo molto atipici, siamo il tipico esempio della degenerazione di un sistema capitalista in crisi. Se i contratti a termine, a progetto, a chiamata sono i contratti a cui i giovani lavoratori possono aspirare, allora c’è qualcosa che non và. Una società che offre ai suoi figli solo insicurezze e nessuna possibilità di creare futuro, è una società in cui c’è qualcosa che non funziona. Spesso mi capita di sentir parlare della flessibilità del mercato economico, sinceramente io non so dove sia questa flessibilità in Italia, forse quando la cercano gli altri arriva, ma se la cerco io scappa via. La verità è che in Italia la flessibilità non esiste, esiste solo il precariato sotto pagato, e il problema non è una legge ma un sistema che non funziona. Faccio un esempio: in Germania, quando studi puoi anche lavorare ( l’università la puoi seguire anche la sera), se hai un contratto che ti scade, e il datore di lavoro non può o non vuole confermarlo, te lo deve comunicare prima dei 3 mesi dalla scadenza, se lo perdi hai diritto ad un assegno di disoccupazione, e ne trovi uno nuovo, grazie agli uffici del lavoro, senza considerare che i salari non sono da fame. Le imprese investono su di te, ti garantiscono l’aggiornamento formativo. Hai le ferie, non sei un modo per risparmiare, anzi sei una capitale su cui investire. Insomma il sistema formativo-lavorativo esiste, la flessibilità c’è. Esiste un sistema perché non ti senti solo, in Italia non so cosa c’è ma sicuramente ti senti sempre solo. Donald Woods Winnicott qualche tempo fa scriveva : “ Per la maggior parte delle persone il regalo più grande è essere trovato e usato ”. Speriamo che qualche impresa, qualche sistema economico ci trovi e finalmente ci usi, perché qui sembra che nessuno si preoccupi di trovarci, l’unica cosa che veramente ci trova è una signora di nome Precarietà… Ma io spero che un giorno mi trovi anche il signor Lavoro.

Oggi il mondo rispetto a trenta o vent’anni fa è cambiato molto, sono cambiati i modi di comunicare, basti pensare alla potenza della comunicazione mediata dal computer; grazie ad essa si può progettare un lavoro a Tokyo per una azienda che lavora e opera a Roma; puoi far ricerca confrontandoti in tempo reale con i tuoi colleghi sparsi per il mondo; si possono spendere le proprie competenze a livello mondiale, le aziende possono collaborare tra loro a livello internazionale. Insomma viviamo in un mondo che può darci molto, se siamo capaci di lottare per un sistema migliore, con più diritti! Sì, diritti, una parola che oggi non và molto di moda! Il diritto di realizzare i propri sogni. Il diritto ad un salario equo, il diritto ad una casa, il diritto di vivere la propria vita credendo nel futuro, il diritto a costruire una famiglia, il diritto di vivere e non di arrancare. Il diritto a vivere nella proprio terra, di non abbandonarla. Io non voglio migrare in chissà quale parte del mondo, perché qui l’unico lavoro che trovi è comunque precario e non ti fa vivere. Io sono nato in Puglia e qui ci vivo e ci studio, qui ci sono i miei ricordi, i miei vissuti, i miei amici, i miei amori, “qui il vento e la terra parlano di me, del mio passato, della mia famiglia”. È qui che devo rimanere. È qui che voglio costruire il mio futuro, trovare il mio sogno. È qui che con la mia compagna voglio costruire la mia particolare famiglia. È qui che voglio amarla. È qui che voglio che i miei figli nascano e crescano, “trovando nel vento e nella terra le loro origini come le ho trovate io.” È qui che voglio che cresca la mia vita. È qui che voglio insegnare ai miei figli la bellezza e l’amore smisurato per la terra, è qui che voglio insegnare loro che “ ridere è una cosa seria ”, che la vita non è mai facile, ma è sicuramente la cosa più bella che ti poteva capitare, che la flessibilità non è un problema, ma la precarietà si, è il cancro di una società. È qui che voglio, come ha fatto mio padre, insegnare loro ad ascoltare il proprio silenzio, la propria inquietudine interiore, insegnare a trovare se stessi. È qui che voglio giocare con i miei nipoti. È qui che voglio raccontarli come è cambiata nei decenni la mia terra, come i miei nonni hanno fatto con me. È qui che voglio amarli. È qui, non in un altro posto! Io non voglio andar via… Vivo in una terra che ha vissuto il dramma per decenni di veder partire i propri figli, di vederli crescere lontano, di vederli sposare e avere dei figli. Di vedere questi figli crescere, con l’amore per una terra che non hanno mai vissuto con intensità. Vivo in una terra che vede ogni anno tornare quei figli, e sente la propria angoscia, la voglia di rimanere. Vivo in una terra che vorrebbe riportare i propri figli a casa, ma non ci riesce perché non può. Vivo in una terra in cui tanti uomini e tante donne ogni giorno in silenzio lottano per migliorare la propria esistenza. Vivo in una terra che vede partire tanti ragazzi per studiare nelle tante università del mondo, e con gioia li vede tornare preparati e pronti per creare un nuovo futuro. Vivo in una terra che vede tanti giovani diventare piccoli grandi geni nei loro campi e che con orgoglio ricordano le loro origini, la loro appartenenza ad una terra stupenda e piena di vita come la Puglia. Non credo di vivere in una società di Bamboccioni, ed è ingiusto che qualcuno lo pensi, credo di vivere in una società che ha perso la voglia di ascoltare, di fermarsi, di guardarsi indietro, di fare autocritica, di andare al nocciolo delle questioni, di parlare col cuore, di suscitare emozioni, credo di vivere in una società che dà veramente poche risposte, che non vede più il suo futuro, che non riesce più a far sognare i propri figli, che non sa più orientarli. Ma noi, i Bamboccioni, questo sistema piano, piano con mille difficoltà, noi questo sistema lo vogliamo e lo dobbiamo cambiare, perché come dice Rainer Maria Rilke: “il futuro è in noi molto prima che accada.”…

Insomma se non ora quando? Adesso!

9 aprile 2011!!

———–

A margine del mio scritto voglio qui riproporvi una scambio email che ho avuto con il prof.Pietro Ichino. Scambio che ritengo molto importante! Io non credo che la responsabilità del precariato sia di una legge! Sarebbe per me assurdo pensarlo, credo che la responsabilità sia da ricercare in questo sistema economico che mi impone scelte di vita che non posso condividere!

Caro Davide,

apprezzerei di più questo scritto se indicasse almeno un rapporto di lavoro precario, a termine, istituito dalla legge Biagi (cioè che non esistesse già prima, magari con un nome diverso), o rispetto al quale la legge Biagi abbia allentato la regolamentazione.

Se continuiamo a sbagliare clamorosamente il bersaglio in questo modo, attribuendo la responsabilità del precariato alla legge Biagi, non risolveremo mai il problema!

Cordialmente

p.i.

La mia risposta

Caro prof. Ichino,

Ha perfettamente ragione! il problema non è la legge biagi!  io sono entrato nel mondo del lavoro nel 2005 con un contratto a progetto… ero felicissimo… e credevo che avrei potuto far grandi cose! alla fine ho scoperto che ero intrappolato dentro i miei sogni! e dovevo liberarmene!! lei ha ragione la legge non ha fatto grandi rivoluzioni… rispetto al passato… ma io sono qui ora! e devo ora vivere… mi accontento di qualsiasi cosa… ormai!! arranco!! e detto francamente nn credo che il problema sia la legge biagi!! anzi secondo me è quello che nn c’è il problema vero! io nn credo di esser contro una legge… io sono contro questo sistema che mi costringe a star dentro (e mi esalta) un sistema che nn esiste! detto questo quello che ha letto è il mio pensiero… giusto o sbagliato rimane ciò che sento e che provo! non sono un giuslavorista… per questo alla fine ho scelto di scrivere il mio pensiero! ciò che provo!!! ciò che vivo!

il mio problema è tutto il resto, ed è quello che detto francamente vorrei cambiare!!!!

——–

Spero che pubblicando ciò sia più chiaro il mio pensiero! Anche se nel mio scritto si legge:

La verità è che in Italia la flessibilità non esiste, esiste solo il precariato sotto pagato, e il problema non è una legge ma un sistema che non funziona.

Ed io questo sistema voglio cambiare!!

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3 Comments Add yours

  1. Andrea scrive:

    complimenti,il problema è il sistema che va cambiato,ma non credo che si possa cambiarlo da dentro e credo che per cambiarlo e renderlo più umano o a misura d’uomo bisogni capire chi sta sopra ai vari Ichino e alle varie istituzioni.
    In linea di massima siamo tutti d’accordo dovremmo solo cercare di fare rete in modo reale e non solo attraverso internet,che sarà pure un ottimo strumento di ricerca e di contatto ma ha dei suoi limiti,come tutto del resto.

    saluti e un abbraccio

    Orgoglio Operaio

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    1. dadepalma scrive:

      caro andrea! grazie! cerco di portar il mio pensiero nella rete! senza farmi prendere troppo dall’idea che la rete sia il mio mondo sociale! perciò speriamo di vederci presto…

      il mio problema è il sistema! perchè tutto il resto è una conseguenza! personalmente non sò se il sistema possa esser cambiato da dentro, da fuori, da sopra o da sotto….(francamente nn mi interessa sapere il lato!!)… sò che così nn và! e ciò mi basta per cercar un confronto…per esporre il mio pensiero a chi la pensa diversamente da me… perchè sta situazione nn può e non deve durare in eterno!!! siamo tornati talmente indietro che se dovessimo rileggere testi dell’inizio del secolo scorso ci sembrerebbero situazioni e letture fuori dal tempo!!! vedi Sombart

      grazie ancora per avermi letto!! spero di Vederti presto!!
      davide!

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  2. Mariachiara scrive:

    Davvero una lettura che riesce ad essere piacevolissima sebbene il tema trattato sia di estrema delicatezza ed importanza. Il sistema andrebbe modificato concretamente ed anche subito, dal momento che gli effetti negativi che determina si ripercuotono terribilmente anche sulla psiche del giovane che vuole ad ogni costo affermarsi lavorativamente parlando, svolgendo un qualche cosa che lo gratifichi, lo faccia sentire realizzato e degno di essere stimato parte del processo evolutivo suo e della società. Gran bell’articolo! Complimenti, Davide!

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