La responsabilità di essere se stessi!!!


Un po’ di tempo fa mi son imbattuto in uno scritto di Jacobs e Fornal, due neurobiologi che sostengono che “la serotonina è un enigma. Essa, in teoria, è implicata in tutto ma non è responsabile di niente.”(si legga Jacobs e Fornal, Serotonin and behavior : a general hypothesis). Infatti non si può non notare come esistono numerosi  articoli, ricerche, commenti sulle implicazioni della serotonina in qualsiasi cosa dall’ansia ai disturbi ossessivi-compulsivi… e non si può non ricordare che nel XIX congresso del CINP (giugno ’94) c’erano 69 paper dedicati alla serotonina e solo 2 alla noradrenalina. Ma, come scrive Ehrenberg, nel suo libro, La fatica di esser se stessi, “La serotonina è, almeno da una quindicina d’anni, il grande tema dell’attualità psichiatrica” (p.242) ed ancora a tal proposito scrive che “le ricerche sulla serotonina hanno comunque consentito di comprenderne meglio gli effetti collatareli e di mettere a punto molecole meglio tollerabili, quelle che gli psichiatri chiamano ‘molecole pulite’. Il sistema serotonergico  ‘è l’unico modello d’azione antidepressiva ad aver prodotto un intervento terapeutico nuovo e di provata efficacia”(Brown e Van Praag). Ragione non piccola per spiegare il successo della serotonina.”(p. 245) Questo ci porta, inevitabilmente a riflettere per un attimo su ciò che ci circonda, su come viviamo, su noi. Ci porta ad affrontare il concetto della depressione all’interno della nostra società lavorativa. Ehrenberg scrive “Tra i primi anni ’80 e i primi anni ’90 la percentuale dei depressi aumenta in Francia, secondo il CREDES, del 50%. Se una porzione dell’incremento è dovuta al fatto che le persone oggi si dichiarano depresse molto più facilmente di ieri, “ l’incremento dei valori della depressione appare comunque indiscutibile … e i valori crescono con il crescere delle situazioni sfavorevoli – solitudine, scarsi salari, disoccupazione’(Le Pape e Lecomte).” (p. 251) Ancora una volta i “turbamenti” del sistema del capitale provocano nell’uomo forti ripercussioni tanto che come scrivere sempre Ehrenberg “il Commissariato Generale per la Programmazione vede nella “crescente vulnerabilità della popolazione in età lavorativa.. un fenomeno radicalmente nuovo”.  La crisi  economica sarebbe responsabile, a partire dagli anni ’80, del raddoppio dei suicidi nella fascia d’età tra i 35 e i 44 anni. La solitudini manda in fibrillazione la fragilità costituzionale di molti. I consultori di psicopatologia del lavoro accolgono “persone che hanno ancora il loro impiego ma temono talmente di perderlo da richiedere un sostegno psicologico”. Secondo l’Alto comitato di salute pubblica, “ la sofferenza psichica è attualmente, nel campo della salute, il sintomo più allarmante del senso di precarietà”. (p.253) Non possiamo non soffermarci a riflettere sui costi sociali altissimi di questo sistema economico, oggi , come ci dice Ehrenberg “La psichiatri pubblica è sempre più coinvolta in casi di persone sofferenti, anche se non psichicamente malate, i traumi occasionati dal senso di precarietà costituiscono ormai il nucleo esenzione delle patologie trattate dagli psichiatri del settore : depressioni, ansie croniche, tossicomanie, alcolismo e autoterapia a lungo termine – mentre la componenti delle psicosi resta stabile come valore assoluto ma esigua come calore relativo :  Il rischio più grave è la perdita di speranza.” (p.153-154) In questo blog più volte mi sono occupato della vulnerabilità lavorativa e non sorprenderà certo se più volte in questi mesi si è insistito sulla speranza. Scrive ancora Ehrenberg “ La depressione minaccia l’individuo simile a se stesso come un tempo il senso di colpa insidiava l’uomo lacerato dal conflitto o, ancor prima, il peccato incalzava l’anima rivolta a Dio. Più che un infortunio affettivo, la depressione è oggi un modo di vivere. L’episodio cruciale della storia dell’individualità nella seconda metà del XX secolo è infatti quello dello scontro tra la nozione di possibilità illimitata e la nozione di non- padroneggiabile. La parabola ascendete della depressione non ha fatto altro che evidenziare le tensioni prodotte da questo scontro, man mano che la sfera di ciò che è permesso è sfumata in quella di ciò che è possibile.” (p. 315) ed ancora Ehrenberg scrive “ la depressione è il recinto in cui si tiene l’uomo senza guida e non solo la sua miseria, è la contropartita al dispiegamento della sua energia. Sappiamo in che misura le nozioni di progetto, motivazione e comunicazione dominino oggi la nostra cultura normativa, e in che misura esse siano divenute le parole d’ordine del nostro tempo. Ora, la depressione è una patologia del tempo (il depresso è privo di futuro) e una patologia della motivazione (il depresso è privo di energia, i suoi movimenti sono intorpiditi, la sua parola stentata). È difficile che il depresso formuli progetti : gli mancano le energie e le motivazioni per farlo. Inibito, impulsivo o compulsivo, egli comunica a fatica con se stesso e con il prossimo. Svuotato di progetti, svuotato di motivazioni, svuotato di abilità comunicative, il depresso è l’esatto contrario delle nostre norme di socializzazione. Non sorprendiamoci quindi, dell’esplosione, in psichiatria come nel linguaggio comune, di termini come depressione o dipendenza. Se infatti ci si assume la responsabilità di essere se stessi, bisogna saper curare anche la patologia che ne deriva. L’uomo deficitario e l’uomo compulsivo sono le due facce di questo Giano.” (p.318-319) a voi la scelta! Innamoriamoci… innamoratevi della Speranza! Innamoriamoci delle nostre passioni, dei nostri sogni! Volete, Vogliamoci bene! E se ci riesce Restiamo Umani!

Fonti : La fatica di essere se stessi, Alain Ehrenberg, Einaudi

3 Comments Add yours

  1. S.Spinale scrive:

    La lettura dei tuoi articoli mi lascia sempre alla fine una finestra aperta da cui poter guardare l’argomento trattato da un altro punto di vista, mi lascia sempre domande o meglio le fa nascere. E questa volta mi sono chiesto quanto ci fosse dentro l’etimologia di due parole il vero significato di ciò che sta accadendo all’uomo “post-industriale”. Deprimere e reprimere e i sostantivi da essi derivati, depressione e repressione, mi accendono una visione netta della battaglia solitaria che ogni uomo fa all’interno della sua società, come se la società che vivesse fosse solo sua, solo espressione del suo punto di vista.
    Deprimere deriva da due parole latine: particella intesiva DE (da, a causa di) e il verbo PREMERE (calcare e figurativamente abbattere) quindi indica un’azione che si crea sull’uomo dall’esterno per portarlo ad un livello più basso dell’attuale. Mentre Reprimere deriva da due parole latine: particella intesiva RE (addietro) e sempre il verbo PREMERE quindi indica l’azione frenante con la forza sull’effetto o sul progresso dell’uomo. In quella linea sottile fra le due azioni, una bloccante e una respingente, l’uomo deve rimanere umano. Tutto ciò comporta, oltre ad uno sforzo immane per rendere ogni suo passo decisivo per la sua vita, anche una instabilità praticamente certa (scusami l’ossimoro) di prospettive e soprattutto di prospettiva nel senso che non gli è concessa una visione unica di ogni aspetto della sua vita. Deve, per realizzare, guardare ogni aspetto come se fosse un compartimento stagno in cui nessun altro input può influenzare scelta e realizzazione dell’obiettivo prescelto. Questa esistenza con tanti vagoni che si muovono in successione ma che non possono comunicare tra loro rende impossibile una solidità che ogni uomo cerca nella sua vita. Si ritrova, invece, a combattere in una lotta tra la sua identità e la sua società. Sa dentro di sè che ciò che deve sentire sulla sua pelle, tra i suoi pensieri è l’azione dell’aspirare ma si ritrova a contrastare ogni giorno quelle azioni bloccanti e respingenti che non lo fanno evolvere. Le paure crescono, i bisogni si amplificano, la negazione dei sogni si allarga. Tutto lo porta ad una graduale fase di “deperimento del senso della vita”. L’unica cosa che riequilibra tutto è la speranza. Ma quanta speranza bisogna spendersi per ricomprarsi la propria società desiderata?

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  2. dadepalma scrive:

    Questo blog non ha e non vuole offrire al lettore soluzioni confezionate, questo blog vuol solo aver la pretesa di promuovere la valorizzazione del capitale umano all’interno dei processi lavorativi! Ne Il tempo ritrovato, Marcel Proust scrive Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L’opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso…
    Ti ringrazio… (grazie di cuore) perchè è dalla condivisione, dalle riflessioni, dalle critiche che si può aiutare questo blog a crescere!

    Credo , come scrive Alain Ehrenberg, che ” una società di individui non è fatta per fabbricare soltanto monadi, destinate a incontrarsi solo nei supermercati o a stipulare contratti con chi di dovere, per implodere nel vuoto depressivo o esplodere in passaggi all’atto pulsionale.”(p. 319) tu chiedi, ti domandi… rifletti su te stesso leggendo ciò che scrivo! e ciò mi onora… Io credo che noi cerchiamo faticosamente noi stessi, sempre Ehrenberg scrive ” la depressione e la dipendenza sono i nomi che si danno all’immodificabile quando non è più in gioco la conquista della propria libertà bensì la capacità di diventare se stessi e di prendere l’iniziativa per farlo. Esse ci ricordano ancora una volta che all’interno della persona esiste, oggi come ieri, un lembo d’inconoscibile, un lembo che magari può riplasmarsi ma non può sparire del tutto – perchè fa parte, costitutivamente, dell’uomo. La lezione della depressione è questa : ridurre del tutto la distanza tra sé e sé è impossibile, in un’esperienza antropologica nella quale l’uomo è l’unico proprietario di se stesso e l’unica fonte della propria azione.” (p.319) ecco io non credo ci si possa nascondere pensando di ridurre la propria distanza… non credo che esista un investimento vero sulla speranza… bisogna riprendersela e ricostruire il nostro senso di vita lavorativa! superare la precarietà della vita, ripensando anche al concetto di lavoro, cosa rappresenta per noi? è il mezzo di sussistenza che ci va vivere per incontrarci fugacemente nei supermercati (per usar l’esempio posto da Ehrenberg)… a questo serve il lavoro? perchè? perchè esiste la precarietà? perchè il sistema industriale ha così bisogno di atipici, di uomini e donne insoddisfatti di se stessi, perchè la Precarietà non permette di costruire quello che qualche post più avanti definivo come l’architrave, il perno… la famiglia!
    la speranza non può esser calcolata (non può esser calcolata in kili) essa deve esser il sole a cui guardare per incontrare il sogno della futura umanità!

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