La responsabilità di esser se stessi!!! (parte seconda)


Mi piace scrivere un post e poi leggerlo e rileggerlo in una sorta di scoperta e riscoperta di me stesso… mi piace riflettere su ciò che scrivo… perciò non stupirà questo nuovo post che riparte da La responsabilità di esser se stessi!! Nel 2008 su Deutsche Zeitschrift fur Philosophie, Axel Honneth scrive un articolo dal titolo Arbeit und Anerkennung. Versuch einer Neubestimmung (tradotto in italiano da Marco Solinas), il filosofo tedesco scrive così nell’articolo “I rapporti di lavoro sempre più deregolati oggi esistenti sembrerebbero rappresentare un oltraggio ai modelli dell’infrastruttura morale della forma economica capitalistica rinvenibili in Hegel e Durkheim : la situazione effettiva del lavoro sociale, sia che ci si richiami ai regimi produttivi post-fordisti delle democrazie occidentali, sia ai paesi del secondo o terzo mondo in cui i salari sono a basso costo, è caratterizzata da condizioni talmente gravose e inaccettabili che qualsiasi richiesta di un loro consistente miglioramento suona necessariamente come un appello a un dovere astratto. Oggi, come ho detto fin da subito, siamo tanto distanti dall’esercitare una critica dei rapporti di lavoro che sia efficace ed effettivamente feconda quando non si era ancora mai registrato nella storia delle società capitalistiche. Nel contempo le analisi di Hegel e Durkheim non hanno perso il loro significato; se poi prendiamo come validi i nuovi sviluppi avvenuti nella sociologi economica o nell’istituzionalismo economico, sul piano teoretico diviene allora perfino ancora più evidente che il mercato del lavoro capitalistico dipende da condizioni normative che sono nascoste soltanto dai richiami esorcizzati alle forze autoregolantesi del mercato.” (p.36) In questo blog si cerca di portar avanti sia pur con le modeste capacità di chi scrive, una critica nei confronti dell’attuale modello capitalista! Questo blog vuole promuovere una cultura della valorizzazione del Capitale Umano a discapito dell’idea che gli uomini e le donne che lavorano siano delle risorse da sftuttare!! Questo perchè l’attuale sistema provoca come scrive Honneth, nel 2002, in Organisierte Selbstverwirklichung. Paradoxien der Individualisierung (sempre tradotto da Marco Solinas) “La flessibilizzazione del mercato del lavoro, e invero la strisciante commercializzazione dell’intera società, che vengono debolmente giustificate facendo appello al nuovo individualismo, si lasciano così intendere come una sfida rinnovata di quella questione sociale che nella seconda metà del XX secolo si era creduto di aver consegnato alla storia. E’ però al di sotto di queste soglie visibili che nel corso degli ultimi decenni si sono diffuse delle altre forme di sofferenza sociale che in certo qual modo non hanno precursori nella storia delle società capitalistiche e che, rientrando nell’ambito delle malattie psichiche, sono molto più difficili da cogliere attraverso l’osservazione empirica se non facendo ricorso ad indicatori clinici.” Nello stesso articolo, Honneth riprende un concetto che, il lettore ritroverà nel post scritto da me qualche giorno fa, infatti egli scrive“Il sociologo francese Alain Ehrenberg, nel suo impressionate studio La fatica di esse se stessi, attraverso l’esame dei materiali clinici è giunto alla conclusione che oggi siamo di fronte ad una rapida crescita dei casi di depressione : non solo l’aumento dei trattamenti terapeutici, ma anche il quanto mai ampio ricorso ai farmaci antidepressivi segnalano che i disturbi depressivi sono subentrati in misura inaspettata ai sintomi nevrotici. Ora, quale chiave per interpretare questo fenomeno di massa, Ehrenberg ha adottato la tesi secondo cui la richiesta sempre più diffusa di dover esser se stessi abbia in certo qual modo sttoposto gli individui ad una pressione psichica eccessiva: l’obbligo costante a rifarsi alla propria vita interiore per trarne il materiale di una autorealizzazione autentica esige dai soggetti una forma ininterrotta di introspezione che ad un certo punto deve condurre in un certo senso al vuoto. Ed è un tale punto, in cui anche di fronte alle risoluzioni più forti il vissuto psichico non riesce ad indicare una direzione esistenziale soddisfacente, che secondo Ehrenberg segna l’inizio della depressione.” (p.53-54) Non nascondo che sono tornati alla mia memoria, leggendo Honneth, una serie di post scritti tempo addietro proprio qui come  In cammino verso “La rivoluzione della speranza” , come La esperanza de estar siempre feliz y libre, come Intendere il Capitale Umano, come Il lavoro è il cardine di un progetto familiare … Questo blog tenta di lanciare l’idea della costruzione di una sorta di bilancio del capitale umano, tentanto di esaltare e di metter in luce i talenti e le passioni degli uomini e delle donne che lavorano… come ben descritto da Elder i fenomeni di crisi economiche mettono a dura prova i rapporti familiari… e come descritto da Ehrenberg c’è una sempre più Fatica ad esser se stessi!! ed è per questo che credo sia importante una riscoperta della valorizzazione dei processi di gestione del personale! una riscoperta che alla domanda che cos’è il lavoro? risponda come scriveva Gibran “Il lavoro è amore rivelato!”

Fonte : Capitalismo e riconoscimento, Axel Honneth, a cura di Marco Solinas, Firenze University Press, 2010

5 Comments Add yours

  1. Adele scrive:

    “Il lavoro è amore rivelato” ed è bello quando quest’amore è corrisposto e appagato cioè quando chi lavora ama il suo lavoro e, svolgendolo con passione riceve di più di quello che dà! Non sempre questo accade e oggi sempre più spesso assistiamo a una caduta di questo rapporto stretto fra l’uomo e il suo lavoro, un venire a mancare di questa necessaria corrispondenza che rende vera e spiega la famosa frase “il lavoro nobilita l’uomo”. Oggi l’uomo è malato perché è precario. Perché il lavoro si fa labile e non è più una risorsa su cui contare e con la quale poter costruire un vita degna di chiamarsi vita. La fatica di essere se stessi oggi diventa doppia, ci proviamo ma non sempre ce la facciamo, ci fermiamo, ripartiamo e poi molliamo! Spesso mi chiedo come mai si è perso di vista ciò che è importante, ciò che ci fa stare bene. Sprechiamo interminabili momenti a cercare di rendere la nostra vita una grande vita, ma mentre coltiviamo le aspettative sul nostro futuro questo presente ci consuma. Non possiamo accettare i compromessi di questa società e non riusciamo ad adattarci a questa attuale scala di valori, ma, nonostante questo, ci manca il coraggio e la speranza per fare delle scelte definitive e di cambiamento, delle scelte che ci migliorino e ci rendano più responsabili. Oggi l’uomo è malato perché non è responsabile! Perché di responsabilità si tratta, una responsabilità non più rinviabile. La responsabilità ci riporta alla crescita e ci ricorda il piacere che solo la maturità ci può dare nei rapporti con gli altri e nel compimento del nostro destino personale, della nostra unicità, riscoprendo gioia e serenità. Responsabilità anche come coscienza della possibilità del cambiamento dentro e fuori di noi, senza preconcetti, senza giudizi, senza attribuzione di etichette negative o positive. E il linguaggio della responsabilità è la consapevolezza perché mentre facciamo tutto questo ci rendiamo consapevoli dei nostri comportamenti, ci scopriamo… e scopriamo che vivere è un’impresa e che l’impresa di vivere implica una responsabilità e una lealtà innanzitutto verso se stessi! Il contrario è il tradimento. Si tradisce sé stessi quando, intuendo di avere determinate qualità, trascuriamo di svilupparle; quando, avendo fondate ragioni di pensare che delle persone che ci stanno a cuore non siano quello che noi speravamo che fossero, le ignoriamo e continuiamo a comportarci secondo i nostri illusori parametri preferenziali; quando, trovandoci in una situazione che ci impedisce di evolvere in qualsiasi modo, anziché lottare per cercare una via d’uscita non facciamo nulla di propositivo per modificarla. E in genere lo facciamo perché riteniamo che quanto ci succede sia per un destino, o che si sia troppo poco importanti per meritare di occuparsi di se stessi, o troppo umili per osare di sindacare le azioni o il carattere altrui. La responsabilità di essere se stessi va ben al di là di qualcosa operato esclusivamente nell’ambito della nostra individualità. E’ una responsabilità sociale quella a cui si deve auspicare! Dav tu ci fai riflettere…grazie!

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    1. dadepalma scrive:

      grazie per avermi regalato… la tua riflessione! sono profondamente onorato!🙂

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      1. Adele scrive:

        Grazie a te Davide! Ribadisco e non è retorica…se qualcosa cambia e può cambiare è grazie anche a questo blog e a persone come te!!!

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  2. S.Spinale scrive:

    La flessibilità cosa dovrebbe essere? è un turn over in base al quale un lavoratore non rimane costantemente nel proprio posto di lavoro a tempo indeterminato, ma cambia più volte l’occupazione e/o il datore di lavoro. E in Italia invece cosa produce? Produce precariato e forme distorte dei diritti di ogni lavoratore che non avendo più tutele adeguate si ritrova a combattere come un soldatino solo davanti ad un sistema infinitamente più grande di lui.
    Quando avviene lo scollamento dalla realtà? Nel caso in cui degenera nel precariato come stile obbligato di vita ovvero quando diventa flessibile contemporaneamente, ed involontariamente da parte del lavoratore, ogni fattore con il quale pianificare la propria vita presente e futura (la mancanza del lavoro e il conseguente reddito inadeguato).
    Quindi lo Stato indirizzando il mondo del lavoro ad un sistema che si nutre della vitalità del lavoratore come una figura usa e getta uccide il futuro del sistema stesso, perchè per produrre qualcuno deve acquistare e anche se nascono sempre più beni “di bosogno indotto” il sistema stesso non potrà mai assorbire il quantitativo totale dei beni prodotti. Si crea un surplus che incide sul sistema stesso centralizzando sempre più verso aziende e sistemi centralistici e multinazionali. Il soldatino solo che si trova di fronte una strozzatura della propria espressione porta dentro di se vuoti che io chiamerei di sistema ma che in realtà il sistema come fa un parassita crea nell’ospite. La macchina Uomo a quel punto riscopre il suo aspetto umano e riscopre le fraglità date dalla mancanza di coordinate certe per la progettazione del domani. Nell’Oggi così nasce la depressione e la “mutilazione mentale” delle capacità del capitale umano così fondamentale per essere competitivi e ricchi di prospettive. Ogni uomo colpito dal tempo e dalla mancanza diffusa su tutto ciò che la società indica come target per la valutazione di se stessi fa morire involontariamente il cittadino ed entra nello stato mentale di suddito (del sistema e soprattutto di se stesso!).

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    1. dadepalma scrive:

      Grazie Simo! grazie perchè le tue riflessioni insieme a quelle di adele… e di tutti quelli che mi lanciano (lasciano) feedback … sono importantissime ….mi aiutano a crescere sia nel mio pensiero sia nella costruzione del blog!! la risposta ai vostri commenti è su nuovo post, ho preferito un post ad un commento perchè la riflessione scaturitami mi piaceva troppo!😛

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