Verso un nuovo Umanesimo del Lavoro!


Parecchi anni addietro, parliamo del 1944, Karl Paul Polanyi, un sociologo ungherese, diede alle stampe un  opera imponente non tanto per la sue pagine 398 nell’edizione italiana, ma quanto per la sua lucida e chiara analisi, mi riferisco a La grande Trasformazione, in Italia è edito da Einaudi (2010). In esso si può leggere “Permettere al meccanismo di mercato di essere l’unico elemento direttivo del destino degli esseri umani e del loro ambiente naturale e perfino della quantità e dell’impiego del potere d’acquisto porterebbe alla demolizione della società. La presunta merce forza-lavoro non può infatti essere fatta circolare, usata indiscriminatamente e neanche lasciata prima di impiego, senza influire anche sull’individuo umano che risulta essere il portatore di questa merce particolare.  Nel disporre della forza-lavoro di un uomo, il sistema disporrebbe tra l’altro dell’entità fisica, psicologica e morale uomo che si collega a questa etichetta. Privati della copertura protettiva delle istituzioni culturali, gli esseri umani perirebbero per gli effetti stessi della società, morirebbero come vittime di una grave disorganizzazione sociale, per vizi, perversioni, crimini e denutrizione.”  So perfettamente che il discorso di Polanyi  non sorprenderà certo il lettore di questo blog se ciò ricorderà Sombart e il post che tempo fa scrissi ( qui puoi rileggerlo).  Credo che Polanyi, che è oggi riscoperto e riapprezzato da molti economisti moderni, avesse perfettamente ragione quando parla della demolizione della società, la precarizzazione alla fine sta minando proprio la solidità della nostro Essere, in quest’epoca di turbamenti non è certo una grande scoperta se si ritrovano Mentalità da sopravvissuti, generate da una fatica ad esser se stessi (su questo tema si vedano i post sulla responsabilità parte prima e parte seconda). Luciano Gallino in un suo interessante libro Il lavoro non è una merce, riporta un interessante esempio, egli infatti scrive “ A uno dei grandi imprenditori italiani di metà Novecento, Adriano Olivetti, quando la sua fabbrica attraversò una grave crisi nel 1952, fu consigliato di licenziare 500 operai e ridurre la produzione. Invece di licenziare gli operai Olivetti licenziò o trasferì parecchi dirigenti, assunse 700 nuovi venditori, ribassò i prezzi delle macchine e lanciò l’azienda in un nuovo ciclo di sviluppo. Fu certo una scelta che rientrava in una determinata strategia d’impresa, ma era motivata anche dal fatto che Olivetti, come già suo padre Camillo, giudicava la disoccupazione involontaria dei lavoratori una condizione iniqua. Un’impresa vi si doveva opporre con tutte le risorse e gli strumenti ad essa disponibili prima di porla in essere. A quell’epoca, al pari che nelle due o tre generazioni precedenti, molti imprenditori pensavano e agivano come lui.” (p. 39) e allora la domanda sorge spontanea ma oggi? Ed è sempre Gallino che ci offre una riflessione sui perché di una sempre più dilagante precarietà, infatti scrive che “Oggi la quasi totalità delle imprese reputa, e anzi teorizza, che non spetti a loro preoccuparsi del destino di chi perde o subisce lunghi periodi di non occupazione. La loro prima preoccupazione è la competitività. A porre rimedio alla precarietà dell’occupazione devvono pensare lo stato, gli enti locali, il terzo settore – ma in primo luogo la persona interessata. I lavori flessibili da un lato riflettono, dall’altro contribuiscono a siffatto trasferimento di responsabilità. Per mezzo di questi, anziché assorbire la variabilità dei mercati mediante innovazioni di prodotto o di processo, mutamenti delle strategie di mercato o maggiori investimenti in ricerca e sviluppo, un’impresa si mette in condizioni di trasferire i suoi effetti sulle spalle dei dipendenti.” (p. 39). A me non piace immaginarmi fra 10 o 15 anni ancora precario… ancora flessibile, non posso immaginarlo perché significherebbe non poter costruire la mia particolare famiglia! Il mio non veder ancora i miei sogni realizzarsi insieme alla mia compagna! È assurdo e ingiusto! Voglio concludere con un pensiero del prof. Gallino, pensiero che sia pur in altri post e con altre parole è sempre emerso, il Professore scrive“Il peso attribuito alla flessibilità del lavoro ai fini dello sviluppo finisce per rivelarsi un alibi che aiuta a non discutere d’altri temi parimenti importanti. A non discutere, ad esempio, della scarsa attività di ricerca svolta in proprio dalle imprese italiane, fatte salve le solite eccezioni; della quota minima di fondi realmente spesi in attività di formazione dei dipendenti sul totale dei bilanci; dell’assenza di visioni industriali capaci di imprimere una forte carica innovativa a intere branche d’attività; della rinuncia a difendere e rilanciare settori tecnologici vitali per il XXI secolo, a cominciare dall’informatica e dall’aeronautica, che pure potevano con statere ancora negli anni Settanta, in Italia, su solide premesse; delle privatizzazioni mal concepite, che hanno privato il paese sia di gioielli tecnologici, sia di ben rodati strumenti di sviluppo di infrastrutture pubbliche.” (p. 42) e per tutto questo che sostengo l’idea della costruzione del Bilancio della forza del lavoro, di una sorta di bilancio del capitale umano… che ci incammini Tutti verso un nuovo Umanesimo del Lavoro!

Fonti : Il lavoro non  è una merce, Luciano Gallino, Laterza

 

p.s. Questo post è nato dalla riflessione di alcuni commenti e feedback conseguenti a La responsabilità di esser se stessi!! parte prima e parte seconda !! Grazie a tutti voi!

2 Comments Add yours

  1. S.Spinale scrive:

    In questa flessibile precarietà del mondo del lavoro soggiogato dai poteri cosiddetti forti la società si è dimenticata di uno degli aspetti fondamentali che hanno reso il nostro paese una delle 7 potenze mondiali: l’etica dello Stato. L’etica si mostra ad ogni cittadino nella vita quotidiana già dai primi passi all’interno della società stessa: nella scuola. L’etica si mostra ad ogni cittadino nella vita quotidiana davanti al rispetto della legge senza corsie preferenziali e senza occhi chiusi per non vedere le evidenti scorrettezze dei poteri forti. L’etica si mostra ad ogni cittadino nell’equità di trattamento quando si entra nel mondo del lavoro. L’etica dimostra in una sola parola l’esistenza di uno Stato. I punti fermi che rende partecipi, orgogliosi e volti anche al sacrificio (quel tipo di sacrificio giornaliero e non eroico di tutte le persone che si sentono utili in una comunità fortemente aggregante) devono essere tali e mai minati alla base perchè la risposta sociale può essere solo una ovvero lo scollamento da tutto ciò che ti fa sentire parte di quell’insieme di uomini e donne che rendono al mondo del lavoro un capitale inestimabile, il capitale umano.
    Uno Stato ovviamente non diventa una potenza mondiale essendo eticamente perfetto ma ha al suo interno degli equilibri che rendono la macchina statale, anche se farraginosa e perlopiù frenata, un esempio da seguire.
    E invece oggi chi lo dà l’esempio alle masse da seguire? Lo dà il profitto, gli obiettivi perseguiti senza scrupoli, l’assenza di regole certe ed eque per tutti i lavoratori, la creazione empirica di categorie di serie A e serie B tra lavoratori, la nozionistica volontà di trasformare la scuola e l’università in idee di credito e debito distogliendo così la vera motivazione per cui si va a scuola: la conoscenza. Le “ombre” statali sono divenute troppo grandi per illuminare il suolo statale. Le persone non trovano più i percorsi da seguire per essere utili a chi ancora non c’è ma che domani sarà Stato e non sarà invece stato (scusate il gioco di parole) “ancora precario… ancora flessibile, non posso immaginarlo…..È assurdo e ingiusto!”
    Siamo sicuri che la nostra generazione voglia questi esempi o voglia avere invece una restaurazione dei concetti etici che ci ha portato ad essere in passato in molti aspetti un baluardo di come si deve vivere la vita?

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  2. dadepalma scrive:

    io credo che oggi il faro… è proprio quell’etica descritta e messa in pratica da uomini come adriano olivetti!! e credo che ci sia un bisogno di comprendere il valore del lavorare con lentezza !!!😛

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