La forza di raccontare la propria storia!


Ogni giorno da 5-6 anni rileggo sempre una frase, per esser sicuro di non scordar mai ciò in cui credo… c’è un libro di Bergeret, uno dei più noti psicoanalisti francese, dove ad un certo punto si legge “Se invece di formulare (o di temere) giudizi di valore in rapporto agli altri per quanto riguarda un’eventuale “normalità”, concepita troppo spesso purtroppo in questo senso, mettessimo prima di tutto l’accento sulla valutazione di buon funzionamento interiore che può essere implicata da questa nozione, tenendo conto dei dati particolari di ogni individuo (fosse pure un individuo limitato nelle sue possibilità personali, in modo temporaneo o permanente), mi sembra che potremmo considerare le cose in modo diverso, evitando di cadere in quelle che sono semplici difese proiettive o forme di proselitismo invadente e inquietante. Ma non sembra facile incontrare degli interlocutori disposti a discutere un aspetto soggettivo di “normalità”, che è essenzialmente sfumato e variabile, rapportandolo alle realtà profonde di ciascuno.”(p. 10) ed è a questo scritto che ho penso quando ho saputo del nuovo libro della Marzano. Credo dunque che per chi frequenta questo blog, per chi mi conosce e per chi ha imparato a conoscermi non sarà stupito da questo post, che vuol contribuire a far conoscere un libro (sia pur con le modeste possibilità di un blog) che non può non mancare nelle letture di chi si occupa di Capitale Umano! Da qualche giorno, infatti, è in tutte le librerie Volevo essere una farfalla di Michela Marzano (chi frequenta questo blog sa quanto sono legato al concetto di farfalla, leggi qui), libro che ha bisogno di poche presentazioni rispetto a quello che la stessa Marzano scrive, “rivelando” la necessità di raccontare una storia … “Perché l’ anoressia non è una cosa di cui ci si deve vergognare. L’ anoressia non è né una scelta, né un’ infamia. L’ anoressia è un sintomo. Che porta allo scoperto quello che fa veramente male dentro. La paura, il vuoto, l’ abbandono, la violenza, la collera. È un modo per proteggersi da tutto ciò che sfugge al controllo. Anche se a forza di proteggersi si rischia di morire. E per imparare a vivere si deve avere il coraggio di dare un senso a tutta questa sofferenza. Certo, per uscirne non esistono formule magiche. Come pretendono alcuni. Come forse sarebbe bello che fosse. Ma esiste qualcosa che è più forte delle semplici formule: la forza delle parole. Quelle che permettono di ripercorrere mille e mille volte sempre le stesse cose. Gli stessi attimi. Le stesse incertezze. Gli stessi rimpianti. E poi, come per magia, il pensiero riappare. E ci aiuta a ritrovare il bandolo della matassa. Quell’ istante preciso in cui qualcosa si è interrotto. E che prima ci si illudeva di poter dimenticare per fare “come se” nulla fosse mai accaduto. Barricandosi dietro ad un pensiero razionale capace, certo, di spiegare tutto, ma in realtà incapace di aprire la porta ai perché della vita. E allora ho capito come mai avessi deciso di diventare una filosofa. Perché se c’ è una disciplina che fa dei “perché” il punto di partenza e di arrivo è proprio la filosofia. Non quella astratta né quella perentoria. Ma quella incarnata che si costruisce intorno all’ evento, come direbbe Hannah Arendt. Quell’ evento che appare nel mondo e lo trasforma. E che obbliga, nonostante tutto, a trovare alcune risposte. Io queste risposte le ho trovate. Ed è anche attraverso la mia anoressia che ho imparato a vivere. Senza quella sofferenza, forse, non sarei diventata la persona che sono. Probabilmente non avrei capito che la filosofia è un modo per raccontare la finitezza e la gioia.” (da La Repubblica del 26 agosto) Come è noto da oltre 5 anni porto avanti una piccola rassegna stampa, ed è proprio da questa mia attività che un giorno ho incontrato il pensiero della Marzano, ed è per questo che non posso non portar alla vostra attenzione una delle mie “maestre” preferite! Tornando al mio pensiero mattutino esso si conclude sempre con questa frase “La “normalità” non consiste nel preoccuparsi in primo luogo di “come fanno gli altri”, ma nel cercare durante la propria esistenza, senza angoscia né vergogna, come convivere al meglio con i propri conflitti e con quelli altrui, evitando tuttavia di alienare il proprio potenziale creativo e i propri bisogni più profondi.”(p.27)…

Abbiate sempre il coraggio di raccontare la vostra storia!

For more Information  : click here – Presentazioni “Volevo essere una Farfalla” con Michela Marzano (non si può non esserci) : 12 settembre, Genova (Feltrinelli via Ceccardi ore18) – 13 settembre, Milano (Feltrinelli Piazza Duomo ore18) – 14 settembre, Roma (Feltrinelli Galleria Colonna ore18) – 15 settembre, Napoli (Feltrinelli Piazza dei Martiri ore18) – 16 settembre, Bari (Feltrinelli via Melo ore18)

Rif. La personalità normale e patologica, Jean Bergeret, RaffaelloCortina Editori

3 Comments Add yours

  1. Da bambini se si è fortunati si può avere tra le mani il caleidoscopio, uno strumento ormai difficilmente trovabile costituito da specchi e vetri colorati dentro un tubo di cartone. Etimologicamente in greco significa “vedere bello” e già solo l’origine della parola può dare il significato di ciò che un caleidoscopio può creare a chi lo utilizza. E proprio attraverso i nostri occhi, attraverso ciò che guardiamo in realtà poniamo involontariamente l’asticella divisoria tra normalità e “fuori regola”. Molte volte la nostra percezione dipende dalla percezione del luogo sociale in cui viviamo, dagli status symbol che l’intorno di noi ci proietta, o tenta di farlo, dentro. Le regole sono patti umani che come tali hanno dell’imperfetto già insito nel concetto stesso di “res humana”. Ciò porta ad avere una voglia sfrenata, come da bambini, di guardare ciò che ci si pone davanti con un’altra prospettiva, con altri colori, con visioni ricercate ma allo stesso tempo con una rigidità che le imposizioni sociali ci hanno dettato, anche attraverso l’emulazione dei membri della comunità di cui si fa parte. Allora in quel caso, che ha poi una sua generalità nella sua attuazione, la normalità è mobile perchè pone l’uomo stesso ad essere mobile verso la realtà che gli si presenta davanti. La posta in gioco però è sempre la stessa in ogni contesto dove accade ovvero accettare se stessi attraverso un’approvazione anche seppur tacita da parte di tutto ciò che è l’esterno. Qualsiasi uomo/donna dentro se però deve fare i conti con un equilibrio molto complesso determinato da molti fattori ambientali (ovvero di imprinting durante l’infanzia) e fattori personali (intesi come predisposizione verso la comprensione di alcuni aspetti della vita) che valorizzano nell’inconscio quei pezzetti di vetro e quegli specchi con cui ognuno cerca di “meravigliarsi” e meravigliare l’esterno incidendolo e lasciando l’imprinting del proprio passaggio. Tutto ciò diventa arte, massima capacità espressiva dell’uomo, nella filosofia perchè raccoglie e incasella gli aspetti della vita e cerca di dare una forma compiuta ad un viaggio che non si ricorda quando sia iniziato e non si sa quando finirà…
    Il concetto di meraviglia non deve essere inteso come un concetto legato alla positività degli eventi che approdano nel nostro mare (Freud lo indicava come rappresentazione della coscienza) ma anzi nella forza di poter affrontare e assorbire il dolore. La crescita umana e l’importanza della vita hanno come passaggi obbligati e fondamentali per la conoscenza del proprio Io il dolore e la meraviglia di scoprire se stessi.
    Anche se fossimo una farfalla e vivessimo un giorno avremmo la meraviglia di poter volare, di poter sentire, di poter vibrare in prima persona e questo non ha parola esplicativa che possa spiegare e far comprendere appieno se non si è vissuto in prima persona.
    Sento profondamente del mio viaggio una frase attribuita a Voltaire, ma che per sfumature filosofiche profonde viene attribuita anche a Proust e a Pascal (tale diverbio forse non sarà mai appianato): “Il vero viaggio di scoperta non consiste nello scoprire nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi.”
    Con tutto ciò mi è d’obbligo chiedere a me stesso e al mio esterno se la filosofia è nella sua complessità il vero caleidoscopio per meravigliarsi e poter leggere in seconda battuta tutto l’andamento della propria vita, delle proprie scelte e delle proprie priorità….

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  2. Adele scrive:

    Senza dubbio un libro da leggere assolutamente  il punto è siamo veramente in grado di raccontare la nostra storia? Abbiamo questa forza? Dovremmo chiedercelo…Nei tuoi post su questo blog Davide c’è sempre grande ottimismo ed entusiasmo e questo ti fa onore…ma la mia domanda è questa: come far arrivare questo messaggio di forza a chi ha perso le speranze e si trascina e lascia vivere? Come si fa a non alienare il proprio potenziale creativo e i propri bisogni più profondi davanti al vuoto che ci si para davanti quando pensiamo o solo proviamo a fantasticare sul nostro futuro? Comunque regalerò questo libro a una persona a me molto vicina che ha disturbi alimentari ormai da anni ma che soprattutto ha bisogno di quel coraggio tutto speciale con cui ci si sveglia ogni giorno per sperare…

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  3. dadepalma scrive:

    Credo sia molto difficile rispondere ai vostri commenti… non ho risposte per le vostre domande… spesso su questo blog ho parlato della mancata speranza della nostra generazione… ecco credo che Volevo esser una farfalla rappresenta un piccolo mattoncino verso quella Rivoluzione della Speranza a cui spesso faccio riferimento!

    Io in questo blog trovo e ritrovo il mio potenziale creativo! ognuno di noi trova se stesso in un posto segreto… io sto narrando me stesso…piaccia o no… (e anche se alle volte può risultar “sgangherato” e farraginoso)… rimane la mia più bella narrazione! baci davide…

    p.s. non perdete mai voi stessi… grazie di esser sempre qui!

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