Valorizzare il capitale umano aziendale significa soprattutto credere nell’istanza collettiva!


Ogni volta che leggo e ascolto parlare del sistema lavorativo attuale, mi torna sempre alla memoria un vecchio libro della fine dell’ottocento (pubblicato per la prima volta nel 1877) del grande scrittore francese Emile Zola, L’ammazzatoio, nome che non solo ricorda l’antica osteria di cui Zola raccontava, ma anche sintetizza, in una sola parola, ciò che un giovane lavoratore (ma si può ancora usare questo termine?) sente di vivere oggi. Zola raccontava la vita di Gervaise Macquart, una giovane lavandaia, che col fidanzato si era trasferita a Parigi e lì si ambientava tutto il romanzo tra amori, fortune e sfortune, ma soprattutto raccontava la vita del proletariato francese e del costo pagato a causa della rivoluzione industriale. Oggi quel libro, racconterebbe ancora, di giovani operaie che “facevano durare a lungo il loro caffè, per rimettersi al lavoro più tardi possibile” (p.142), operaie che, fantasticando dinanzi alla loro tazzina di caffè, si chiederebbero ancora “cosa avrebbero fatto se avessero avuto mille franchi di rendita”. (p.142) Come non risentire oggi le risa di approvazione della locanda “perché l’operaio non potrebbe assolutamente vivere, senza il vino” (p. 164), perché “il vino ripuliva lo stomaco e riposava dal lavoro”(p.164).  Ma soprattutto come non risentire le parole di Papà Bru, quando, scuotendo la testa, diceva “nessuno mi vuole più per lavorare(…) Sono troppo vecchio. Quando entro in un’officina, i giovani si mettono a ridere, domandandomi se ho lucidato gli stivali di Enrico IV… l’anno scorso, sono riuscito a guadagnare trenta soldi al giorno dipingendo un ponte; dovevo restare supino, sol fiume che mi scorreva sotto… da allora non faccio che tossire… per me è finita: mi hanno messo alla porta dappertutto. (…) Lo capisco, perché non son più capace di far niente… Hanno ragione, io mi comporterei esattamente come loro… Il guaio, vedete, è che non sono morto. Si è colpa mia. Una volta che non si è più in grado di lavorare, bisognerebbe mettersi a letto, e morire” (p.166) Oggi quel romanzo continua, inspiegabilmente, ad esser attuale… continua a raccontare quelle inquietudini interiore che attraversano molti di Noi, inquietudini che si trasformano in senso di insicurezza, e non è un caso se spesso si fatica ad esser se stessi. A tal proposito è bene ricordare ciò che il sociologo francese Robert Castel nel suo libro L’insicurezza sociale scrive: L’insicurezza significa, nella stessa misura, l’insicurezza sociale e l’insicurezza civile. In quest’ambito, essere protetto significa essere al riparo dalle peripezie che rischiano di degradare lo statuto sociale dell’individuo. Il senso di insicurezza è dunque la consapevolezza di essere alla mercè di questi avvenimenti. Per esempio, l’incapacità di guadagnarsi da vivere lavorando – che sia dovuta alla malattia, a un infortunio, alla disoccupazione o alla cessazione dell’attività lavorativa per limiti di età – rimette in questione il registro dell’appartenenza sociale dell’individuo che traeva dal salario i mezzi del suo sostentamento, rendendolo incapace di governare la sua esistenza a partire dalle proprie risorse. Dovrà essere assistito per sopravvivere. Si potrebbe definire un rischio sociale nei termini di un accadimento che compromette la capacità degli individui di garantirsi da soli la loro indipendenza sociale. Se non si è assicurati contro questi imprevisti, si vive nell’insicurezza. (Castel, 2011, Einaudi, p.17) Oggi, il diritto del lavoro, i sindacati, i tanti che si occupano di gestione del capitale umano, hanno davanti a se una grande sfida, quella di superare l’insicurezza esistente valorizzando il capitale umano, ed esso significa valorizzare le regolamentazioni collettive. Castel, nel libro citato scrive Il diritto del lavoro e la protezione sociale sono sistemi di regolamentazione collettiva : diritti definiti in funzione dell’appartenenza a insiemi e spesso acquisiti in seguito a lotte e conflitti che hanno contrapposto gruppi con interessi divergenti. L’individuo è protetto in funzione di queste appartenenze : esse non implicano più la partecipazione diretta a comunità naturali ( le protezioni ravvicinate della famiglia, del vicinato, del gruppo territoriale), ma richiedono l’adesione a collettivi costruiti con regolamentazioni e dotati generalmente di uno statuto giuridico. Collettivi di lavoro, collettivi sindacali, regolamentazioni collettive del diritto del lavoro e della protezione sociale : come dice Hatzfeld, è proprio”lo statuto collettivo definito da un insieme di regole” che protegge l’individuo e gli procura la sicurezza. In una società moderna industrializzata e urbanizzata, in cui le protezioni di prossimità, se non sono del tutto scomparse, sono molto indebolite, è l’istanza del collettivo che può rendere sicuro l’individuo. (Castel, 2011, Einaudi, p.30) Valorizzare il capitale umano aziendale, significa soprattutto credere nell’istanza collettiva, credere nel vibrante, come scrissi tempo fa (leggi qui). Negli ultimi due post ho più volte fatto riferimento alla filosofa Michela Marzano (leggi qui), perciò chiedo venia se ancora una volta farò riferimento alle sue magistrali parole, Il lavoro, scrive la Marzano in Estensione del dominio della manipolazione, consente una certa realizzazione, soprattutto in ambito sociale, poiché guardare il prodotto del proprio lavoro da a un individuo la consapevolezza di aver soddisfatto un bisogno umano e di essere riuscito nello stesso tempo a trasformare se stesso. Ma l’individuo non deve diventare schiavo del suo lavoro, non deve rischiare di vedere la sua soggettività, smarriti gli effetti, completamente svuotata. (Marzano, 2010, Mondadori, p. 112)

Rif. : L’ammazzatoio, Zola, Newton 1995 – L’insicurezza sociale, Castel, Einaudi 2011 – Estensione del dominio della manipolazione, Marzano Michela, Mondadori 2010

2 Comments Add yours

  1. L’insicurezza sociale in cui siamo immersi da ormai un decennio ci ha portati ad essere paradossalmente sicuri del nostro futuro pessimo che avremo. La nostra generazione ha davanti a sè grandi sfide ma queste soprattutto verrano sviluppate e giocate all’interno di ognuno di noi. Sarà la nostra forza interiore ad avere un ruolo determinante per ciò che tutta la nostra generazione diverrà… sarà un processo individuale che ingloberà invece tutto il sistema. Le mie parole possono essere intese come azzardate o forse pure sconnesse ma credo che il passo non nasce dalla società ma dal singolo individuo. L’individuo si pone all’interno della società ma non per subire la società stessa, deve invece plasmarla con i bisogni che lui stesso desidera soddisfare. Deve essere come il concetto del romanzo di Pirandello “Uno, nessuno e centomila”. Il protagonista passa dal considerarsi Uno per tutti a concepire che egli è Nessuno, attraverso la presa di coscienza dei diversi se stesso che via via diventa nel suo rapporto con gli altri (Centomila). In questo modo la realtà perde la sua oggettività e si sgretola nell’infinito vortice del relativismo. Nel suo tentativo di distruggere le centomila concezioni che gli altri hanno di lui capisce che le persone sono inglobate nel sistema della vita degli altri e di se stesse. Nel romanzo il protagonista viene preso per pazzo ma lui stesso comprende che l’unica arma che ha è quello di fare impazzire tutte le sfaccettature che lo definiscono per ribellarsi al sistema interamente. Il romanzo si conclude in modo tragico distruggendo la propria identità nella natura ma prima di arrivare a questa fine tragica la nostra società e tutti i nostri Io devono smantellare queste barriere invisibili che creano l’insicurezza sociale perchè tale insicurezza nasce dal sistema stesso. Non sarebbe evolutivo per tutto il sistema lavoro puntare sulla disgregazione del capitale umano, della psicologia del lavoratore, delle prospettive vitali del lavoro all’interno del sistema Società. E l’uomo lentamente e nel suo perenne controsenso tra razionalità e irrazionalità tende come individuo e come raggruppamento sociale ad una evoluzione che modifica le regole stesse della sua evoluzione. Nessun passaggio di generazione ha solo risvolti negativi ma include nella sua esplicazione un nuovo mondo di regole, fondamenti e concetti per la costituzione di nuovi assetti sociali. E questo a mio avviso nasce nell’individuo ma può solo crescere nell’istanza collettiva.

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  2. Adele scrive:

    “L’ammazzatoio” di Zolà manca alle mie letture ma credo che dopo aver letto questo post lo leggerò, sembra essere un libro quanto mai attuale! Sogni e speranze che cozzano con una dura verità allora come oggi, sogni e speranze racchiusi in un libro come nella nostra realtà…è affascinante e nello stesso tempo quasi come dire terribile pensare che allora, nella Francia di fine ottocento, la classe operaia si trovava in una situazione quanto mai simile all’oggi…a quanto mi sembra di aver capito si parla dell’insicurezza di un uomo che si consola con il vino e che affoga nell’alcool i dispiaceri e le noie di un lavoro mal pagato e che non lo soddisfa…l’insicurezza nel lavoro, del lavoro, sul lavoro, la situazione di precarietà che oggi ci appartiene. Insicurezze individuali, quelle dei singoli lavoratori o aspiranti tali, che sommate le une alle altre danno come risultato un’insicurezza collettiva che caratterizza appieno la nostra società. Più volte mi è capitato di commentare qui e di dire come la penso e anche in questo caso credo si che l’individuo giochi un ruolo fondamentale, l’iniziativa individuale è importante, la forza di un singolo può tantissimo ed è per questo che sta a noi singolarmente rimboccarci le maniche e darci da fare per combattere l’insicurezza che ci pervade; ma ancora più importante è quello che può e deve assolutamente riuscire a fare la società nella sua capacità di azione collettiva e unificante. Perché son convinta che solo un’azione sociale mirata a valorizzare il lavoratore singolo, nel suo però esser sempre e comunque parte di un sistema collettivo, possa realmente sciogliere i vincoli e i limiti di questa insicurezza e di questa precarietà che ci attraversa la vita. Insomma le speranze dei singoli sono nulla se la società non le alimenta, i sogni restano sogni se non fanno parte di un disegno collettivo che provvede in qualche modo a renderli possibili. La volontà, la determinazione, la convinzione e l’iniziativa sono del singolo ma la possibilità d’azione e la capacità di dare voce ai bisogni e alle esigenze sono della collettività tutta, appartengono al suo “vibrare”, un “vibrare” che protegge e che ti avvolge come il suono caldo e familiare, piacevole e rassicurante di una voce amica.

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