Das Humankapital : Guardarsi dentro per svegliarsi!


Lo scorso post (leggi qui) si apriva con l’invito a leggere un libro di Emile Zola, l’Ammazzatoio, esso racconta uno spaccato della società, il proletariato francese ai tempi di Napoleone III, non è certo una mia interpretazione ma una scelta letteraria inserita da Zola all’interno dei venti tomi del Rougon-Macquart, scritti tra il 1870 e il 1893, l’Ammazzatoio è il settimo libro. Questa sua volontà non è solo presente in tutta l’opera ma è dimostrata anche dai suoi appunti di lavoro, infatti egli scrive “capitoli di 20 pagine in media, ineguali, i più corti di 10 pagine, e i più lunghi di 40. Lo stile, rapido. Il romanzo è la caduta di Gervaise e di Coupeau, quella trascinata da questo, nell’ambiente operaio. Spiegare i costumi del popolo, i vizi, le cadute, la sporcizia morale e fisica attraverso questo ambiente, attraverso la condizione posta all’operaio nella nostra società”. Credo che sia importante, per comprendere e valorizzare il capitale umano, “riuscire” a capire: le vite, i vissuti, le gioie e i dolori che vivono le lavoratrici e i lavoratori. Credo quindi che la letteratura possa, sempre, aiutarci a comprendere dove focalizzare i nostri interessi. Tempo fa il grande psicoanalista svizzero Carl Gustav Jung scriveva chi guarda all’esterno sogna. Chi guarda all’interno si sveglia. E un po’ questo blog ha la pretesa di guardarsi dentro, non soltanto portando alla luce i miei pensieri, ma anche cercando quella sveglia culturale che può esser promotrice della valorizzazione del capitale umano all’interno delle aziende. Le aziende per vincere la sfida competitiva oggi devono soprattutto guardarsi dentro… migliorare i propri ambienti lavorativi, credere nel capitale umano che le popola! Senza, mai, trascurare il vero dramma dell’esistenza lavorativa… dramma causato Anche dalla precarizzazione della vita lavorativa, e non è un caso che l’ipotesi da cui si parte, in questo blog, è, come dice il sociologo francese Alain Ehremberg, quella secondo cui la salute mentale è diventata il linguaggio contemporaneo, la forma d’espressione obbligatoria non solo nel malessere o del benessere , ma anche di conflitti, di tensioni o di dilemmi di una vita sociale, organizzata in riferimento all’autonomia, che prescrive agli individui modi di dire e di fare. Al cambiamento dei rapporti tra l’agente e l’azione in cui consiste l’autonomia corrisponde un cambiamento dei rapporti tra il paziente e la passione, che è il nuovo statuto della sofferenza psichica. (p.XV) Ciò significa come scrive ancora Ehrenberg che La patologia colpisce il soggetto nella sua soggettività, la sua personalità, la sua interiorità, vale a dire in ciò che le società democratiche pongono come l’essenza stessa dell’umano. Le patologie mentali sono mentali nel senso che colpiscono le idee che ci si fa di sé e degli altri (persecuzioni, disprezzo), i sentimenti morali (vergogna, senso di colpa) e le emozioni (tristezza, disperazione, angoscia). Dunque è la vita relazionale a essere coinvolta da queste patologie. (p.XVI) Ha ragione Simone quando m’invita a credere in una sorta di nuovo individualismo, e penso che lui si riferisca ad un nuovo processo perché oggi, come scrive Sennett, invece di un sano individualismo, affiora una diffusa inquietudine che si manifesta nell’apprensione della gente per come vanno le cose. Il problema del se (self) era già stato compreso anni addietro dallo psicologo statunitense Kohut che sosteneva che i problemi del self non sono nuovi, sono però più importanti oggi, in un’epoca che è cambiata e in cui l’educazione promuove una libertà che indebolisce il Super-Io e aggrava la depressione. (p.87) Ed è questo stato di cambiamenti che questo blog non può, e non vuole, non considerare. Credo che in questi ultimi mesi abbia speso notevoli energie, e parole, nel tentar di definire il capitale umano, e sono perfettamente cosciente che una sua definizioni oggi è molto difficile e complessa proprio per il momento particolare che stiamo vivendo. Credere in una nuova istanza collettiva significa, anche, attraversare nuove forme di aggregazione lavorativa, come ad esempio quella proposta nel 1995 in Francia nel rapporto Boissonnat dove si parlava del contratto d’attività, ecco se devo individuare una strada credo che in questo solco mi inserirei, alla base del contratto d’attività e dei suoi successivi sviluppi (si veda anche il giurista Alain Supiot, 1999), c’è l’idea che “si deve passare da una difesa passiva dell’occupazione, inefficace, a una tutela attiva del percorso delle persone, unificando i diversi tipi di contratto di lavoro in un contratto più ampio adatto alla persona, indipendentemente dalla sua situazione. Questo contratto integra la flessibilità, tutelando le transizioni tra le situazioni (disoccupazione, formazione, congedo parentale, part-time, ecc). la prospettiva di questo nuovo Stato assistenziale è dinamica, incentrata sulle traiettorie individuali, e non statica, fissata sulle situazioni e sugli statuti.” (Ehrenberg, p 366) Questo però NON significa togliere o eliminare diritti, ma paradossalmente significa Aumentarli. Significa difendere le istanze Collettive Nazionali. Significa credere in un superamento della precarizzazione della vita e del lavoro. Chi si occupa di Valorizzazione del Capitale Umano non può non considerare la precarizzazione della vita lavorativa Nefasta per il sistema azienda, per il sistema, stesso, di gestione dello human capital, perché come scrive sempre Alain Ehrenberg per l’individuo, un oggetto assente lascia posto a uno scopo (un desiderio?), mentre l’assenza d’oggetto lo pone di fronte al vuoto. Se non c’è più oggetto, non resta che l’angosciante ripiegamento su di sé e l’oscillazione tra il sé grandioso e il sé fragile. In che modo verificare che si è nel mondo comune? La difficoltà di rispondere a questo interrogativo genera una nuova guerra civile all’interno del self, una automachia puritana, ma nell’epoca dell’adorazione della creatura. È la tragedia di Narciso. (p.89)

Rif. La società del disagio, Alain Ehrenberg, Einaudi, 2010

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