Kalòs kaì agathos


È un po’ che ci penso, è un po’ che mi chiedo e m’interrogo su ciò che scrivo. In questo mese, mentre il blog grazie a tutti voi viveva di vita propria (oltre 1000 visualizzazioni), mi sono soffermato a pensare e ad ascoltare il mio blog! molte volte mi è stata rivolta una domanda “Ma secondo te è possibile ritrovare ciò che scrivi?”

La domanda credo sia molto complessa, Ma proverò ad elaborare una risposta, ciò di cui parlo e scrivo in questo blog è un sogno e come tale è la realtà che nelle aziende che adottano il bellessere si ritrova (per il concetto di bellessere si legga Spaltro). Come ci ricorderebbe il prof. Spaltro Il sogno è la base dell’espressione. È il linguaggio che filtra attraverso la logica e la razionalità. La possiamo anche denominare emozione, affettività e considerarla un tunnel di passaggio attraverso alla rete repressiva. Possiamo chiamarla anche metafora o sogno. Il sogno è così l’essenza dell’espressione, il canale di passaggio per il soggetto che cerca un suo oggetto d’amore. Senza ritorno. Gli uomini hanno inventato molte cose per migliorare la propria specie. La spinta verso questo miglioramento è rappresentata dal piacere. Che è la versione soggettiva-individuale del sentimento di sviluppo. Quando cioè la specie si sviluppa l’individuo prova piacere. (p.32) Credo quindi che le aziende di cui parlo, a cui mi riferisco sono aziende che sviluppano piacere! So benissimo che spesso più che al piacere ritornano alla memoria le parole nude e crude di un articolo apparso su Révolution prolétarienne del 10 giugno del 1936 quando Simone Weil, sia pur sotto lo pseudonimo di Galois, scrive Mi licenziano da una fabbrica dove ho lavorato un mese, senza che mi sia mai stata fatta alcuna osservazione. Eppure si assume gente tutti i giorni. Che cosa c’è contro di me? Non si sono degnati di dirmelo. Ecco il capo reparto: domando cortesemente una spiegazione. La risposta che ricevo è questa : “non devo renderle conto di nulla”, e se ne va. Che cosa devo fare? Uno scandalo? Rischierei di non trovar posto da nessuna parte. No, andarmene senza fiatare, ricominciare a percorrere strade e strade, a far la fila davanti agli uffici assunzioni, e, con il trascorrere delle settimane, sentir crescere, in fondo allo stomaco, una sensazione che diventa continua e che non si sa più quanto di essa sia angoscia e quanto sia fame. (p.191) Spesso l’angoscia e il senso di frustrazione son protagonisti di piccoli o lunghi periodi, e spesso la stanchezza per situazioni di precarizzazioni della vita, sono il punto centrale di ciò che viviamo! Spesso il non sentirsi protagonisti, il non riuscire a vedersi valorizzati, il sentirsi dopo anni sempre nello stesso punto, senza via di uscita, con quella sensazione di soffocamento… sono i veri motori della fatica di esser se stessi, di quella sofferenza interiore!

Esiste tutto ciò! Ne sono consapevole, ma nello stesso momento sono convinto anche che esiste altro, esistono aziende che valorizzano l’uomo nei suoi aspetti, che utilizzano la flessibilità per migliorare la vita lavorativa (pensate ad un padre che può decidersi il suo orario di lavoro e che non mancherà più ad una recita della propria figlia)… ecco questo tipo di aziende esistono! queste aziende belle e (quindi) anche buone, Kalòs kaì agathos come direbbero i greci! Aziende dal volto umano, che comprendono che avvicinare le due polarità Tayloristiche (massimo di benessere dei lavoratori e massimo di benessere dell’impresa) sono la vera scommessa, una scommessa che aiuta a vincere le sfide del global!

Ciò che spesso mi ripeto è, che senso do al mio blog, alle mie idee, al mio modo di vedere l’organizzazione, non tanto se è possibile ritrovare una gestione alle donne e agli uomini che vivono l’azienda, è il senso che cambia tutto. Ho avuto la fortuna di incontrare tempo fa un libro del prof. Spaltro ed ho avuto la fortuna di poterlo ascoltare e imparare da lui gran parte di quello che so… In un suo libro scrive Quando ho cominciato a studiare psicologia, il mio maestro, Agostino Gemelli, insisteva particolarmente sul fatto che la caratteristica più importante della percezione fosse il significato che il soggetto le dava. Questa continua insistenza faceva ridere noi giovani allievi che usavamo questo significato come presa in giro di tutto quello che facevamo. Quando uno chiedeva “che ore sono?” , si sentiva rispondere”in che senso?” Dopo molti anni e dispute tra soggettività e oggettività, tra clima e struttura, costruttivisti e cognitivisti, ci si è accorti che il problema è ancora oggi lo stesso : viviamo producendo senso o semplicemente subendolo? (p.83)

rif. Enzo Spaltro, Sinistra, UPPress, 2009

Cliccando qui ritrovi una selezione dei post presenti sul blog  

6 Comments Add yours

  1. Mariangela scrive:

    In linea di massima, sono d’accordo, per quello che può contare, sul fatto che possano esistere (ma esistono davvero?) aziende che perseguano una cosa e l’altra, il proprio benessere e quello dei lavoratori, se ho ben capito ciò che vuoi dire… sono ‘leggermente’ scettica su alcune cose scritte in questo post, però.
    Premettendo che non sono una conoscitrice profonda di questi temi e ignoravo l’esistenza di alcuni autori come Spaltro, credevo che sia quantomeno azzardata l’espressione “[…] le aziende di cui parlo […] sono aziende che sviluppano piacere!”. Piacere? Eh? Quando mai lo fanno o l’hanno fatto? E poi… siam sicuri che sia questo lo scopo finale, e non una variabile che può (e deve, dovrebbe) esistere ma che non debba diventare prioritaria nel fine ultimo da perseguire? Le aziende producono reddito, la loro attività contribuisce alla crescita, la produzione di ciascuna alla formazione del PIL e sono il motore dell’economia… mi pare che si dica questo sui libri di economia aziendale, appunto. Sui quali, probabilmente, non si dedica la stessa e giusta attenzione anche al fattore umano, è vero… ma io non confoderei ‘i piani del racconto’, piuttosto li farei viaggiare parallelamente, per quanto possibile.
    Diciamo che l’espressione che ho tirato in ballo è, paradossalmente, una provocazione… diciamo così…? Le aziende producono ricchezza (quando va bene, non di questi tempi) e il fattore umano è sicuramente una risorsa per l’azienda, la quale dovrebbe adeguamente mettere a frutto le potenzialità degli individui, certo, per ottenerne benefici essa stessa. Ma non può produrre piacere! Al massimo, può e dovrebbe, a mio avviso, ambire a realizzare l’obiettivo economico facendo in modo che i suoi dipendenti facciano ‘con piacere’ i loro compiti… forse vogliamo dire la stessa cosa, ma partiamo da punti di vista diversi. Forse, Ipotesi.

    Secondo: “avvicinare le due polarità Tayloristiche (massimo di benessere dei lavoratori e massimo di benessere dell’impresa) sono la vera scommessa, una scommessa che aiuta a vincere le sfide del global!” Mmm… bello, buono, tutto bene… Kalòs kaì agathos… mmm… anche qui: siam sicuri che non sia perlomeno un po’ utopica questa scommessa? Siam sicuri di vincerla o vogliamo rischiare, per la serie ‘come va, va… e se va, meglio’? Mah… secondo me, a malincuore lo dico, uno dei due obiettivi dev’essere ‘sacrificato’, non in toto magari, ma cercare un compromesso, un punto di equilibrio… anche perchè, e qui ritorna l’elemento crisi economica, mi sembra un tantino eccessivo di questi tempi… è vero, come diceva un noto economista che scrive sul Corriere, tal Giavazzi, che è proprio nel momento di crisi che si deve rischiare e non aver paura di dare un nuovo corso alle realtà che non funzionano più, che sn stagnanti e addirittura dannose… ma… a che prezzo? Qualcuno dovrà pur fare un passo indietro? Io sarei per la soluzione intermedia, tra il Giavazzi-pensiero e il de Palma-pensiero… sacrifichiamoci un po’ tutti, per star meglio domani entrambi… probabilmente straparlo, chissà…

    “Viviamo producendo senso o semplicemente subendolo?” E chi lo sa… mi auguro la prima, ma non escludo anche la seconda opzione… e molto spesso, non dipende neanche dalla nostra volontà, il subire… anche qui, la mia idea è “se il destino, anche per un breve lasso di tempo, è subire, quantomeno cerchiamo di alleggerire il fardello, pensando che nel futuro le cose miglioreranno, perchè il ‘sacrificio’ di oggi, potrebbe equivalere ad un maggior benessere domani…”.

    Mi piace

  2. Adele scrive:

    È possibile ritrovare ciò che scrivi? Si è possibile ritrovarlo in ognuno di noi…la kalokagathìa è un ideale estetico, una cosiddetta utopia di perfezione, un sogno…ed il sogno è essenziale tanto più connaturato all’essere della realtà stessa. E’ la tensione verso ciò che non abbiamo ma che desideriamo a caratterizzarci molto di più di quello che realmente siamo. E siamo esseri in tensione verso un continuo desiderio…la ricerca di ciò che ci dà gioia, felicità, piacere e benessere. La spinta, lo sviluppo verso il miglioramento, verso una condizione più favorevole ci da l’entusiasmo di andare avanti e ci fa credere che anche nei periodi più neri non tutto è perduto! Credo, a dispetto dell’idea che comunemente circola riguardo a questa antica “formula” che i Greci sapessero benissimo di essere individui imperfetti e fallibili e che intendessero sottolineare dunque proprio questa perfettibile tensione. Tutto ciò a livello aziendale si traduce in una scommessa, in un atteggiamento tutto nuovo che tende al miglioramento delle condizioni sia dell’azienda stessa complessivamente sia a livello del singolo lavoratore che ha diritto a perseguire il piacere nel lavoro e per il suo lavoro e non importa a mio avviso che si riescano o meno, quantomeno attualmente, a realizzare i due obiettivi tayloristici (massimo di benessere dei lavoratori e massimo di benessere dell’impresa) quanto più importante è oggi rivedere le priorità e mettersi in ascolto e in tensione; è una questione di atteggiamento, di modo di porsi delle aziende nei confronti dei lavoratori e dei lavoratori nei confronti delle aziende, il possesso della bellezza e del bene, la combinazione di due distinte virtù che vanno però ad unirsi e ad intersecarsi per diventare un valore unico, un valore eroico che suona strano oggi, decisamente poco moderno ma che dovrebbe essere realizzato in tutti gli aspetti che nobilitano l’uomo e le sue creazioni o dirette manifestazioni come appunto nel lavoro. A volte ci chiediamo se ne vale davvero la pena, perché di pena trattasi, visto che dovunque ci giriamo siamo circondati da contesti, persone e situazioni che hanno davvero poco o niente di eroico…ma la risposta a questa domanda è e sarà sempre la stessa: kalòs kai agathos. Se non siamo noi a lottare, a proteggere, a pensare, a costruire, a migliorare, a dare un senso, allora chi?

    Mi piace

  3. Michela Marzano scrive:

    Ciao Davide, secondo me queste aziende non esistono e non esisteranno mai. Lo scopo di un’azienda non è d’altronde quello di “valorizzare” l’umano… io mi accontenterei di un “rispetto” dell’umano che già è difficile da trovare… mi sa che devi rileggerti qualche pagina di estensione…

    Mi piace

  4. La lettura di questo punto di vista sulla visione prospettica che il sistema lavoro potrebbe imboccare nei prossimi anni mi ha fatto soffermare su due punti ovvero quanto il sistema lavoro vorrà puntare realmente verso la “felicità aziendale”, intesa come l’incastro tra la felicità del lavoratore e la felicità dell’ente azienda, e quanto sia coincidente il punto di vista della felicità tra lavoratore e azienda. Per quanto riguarda quest’ultimo aspetto credo che le visioni siano in modo illogico contemporaneamente contrastanti e comunicanti, perchè la radice del contrasto sta nella creazione di barricate e spartiacque tra le due “fazioni” pronte sempre a rubare un pò di terreno l’una all’altra senza una vera collaborazione, come invece dovrebbe essere un sistema fatto di ingranaggi gli uni fondamentali per la vita degli altri. La comunicazione invece sta nella necessità di progredire e incamerare sempre più terreno dove fronteggiarsi. Il lavoratore dal canto suo cresce come modalità e tipologia cambiando le tecniche (trasformandosi conseguentemente in altre forme) ed utilizzando obbligatoriamente ogni aspetto del progresso sociale e tecnico che cammina da sè. Il sistema azienda invece deve trovare sempre più terreno dove potersi paragonare con le altre aziende e con vecchi e nuovi mercati stando sempre al passo con ciò che il mercato e il progresso del mercato sviluppa in un contesto generale. L’aspetto è duale per entrambe le parti perchè si trovano a rapportarsi con chiavi di lettura diverse a seconda che sia un’evoluzione singola o un’evoluzione di pari passo con il terreno dove si poggia tutto. Personalmente non credo che ci possa essere una coincidenza totale del concetto di felicità. L’aspetto umano ha scalato le classifiche internamente all’azienda ma non ha ancora posto al centro il rispetto. Si combatte ancora per questo e molte volte non si vince. L’importante però di queste azioni è la molteplicità delle azioni stesse che battono come un martello sempre sullo stesso chiodo/concetto diventando poi un problema/aspetto da dover valutare e risolvere volontariamente o involontariamente.
    Mentre la voglia di felicità aziendale è una voglia che pone come obiettivo il profitto e la gestione a spese minime dello svolgimento del lavoro stesso. Non c’è, per ora, il concetto di comunità e di armonia nelle azioni che portano ad un risultato migliore. Non è la crisi o l’inceppamento di molti grandi sistemi aziendali con i loro indotti a farmi dire questo ma è l’evidente mancanza di cultura di questo aspetto. La felicità nel campo lavorativo oggi è un concetto astratto come la pace nel mondo nel campo sociale. E’ una chimera che si segue ma che nessuno sa come raggiungerla. Molte teorie e considerazioni hanno aiutato questo aspetto ma lo hanno posto al livello di rispetto degli assetti e attuazione delle “regole” che ci devono essere per far funzionare quegli ingranaggi, che fanno si che la macchina azienda possa muoversi e scoprire nel cammino nuovi mercati e nuovi concetti di mercato. L’etica ha sempre tenuto un passo più calmo rispetto alla produttività e alla resa del capitale umano. Purtroppo è una tragica realtà. E le aziende, ovvero le cellule del sistema azienda, puntano oggi più sulla globalizzazione del prodotto da imporre sul mercato che sulla modalità di come lo si è ottenuto quel prodotto. Le “regole” della felicità qualcuno le ha mai veramente discusse e messe in pratica? E soprattutto se mai ci fosse stato ciò il monitoraggio di questo aspetto è mai stato attuato? I miei dubbi aumentano……..

    Mi piace

  5. MeriMè scrive:

    A me sta venendo un’intuizione perfettamente in linea con il dubbio carico di innocente speranza del post e le parole visionarie e dense di ostinato coraggio del prof. Spaltro…
    Kalòs kaì agathos in realtà ci dice che bisogna che la bellezza entri materialmente nei luoghi del lavoro! e che la bellezza produce anarchicamente piacere…quindi non provate a dirci di cosa dobbiamo godere e come!
    No alle misure di austerità (no, non a livello governativo…che capite!) delle forme e degli spazi, e via libera alla creatività…provate ad appendervi alla parete di fronte alla scrivania del vostro ufficio dove passate gran parte della giornata un quadro di Mirò o Magritte e scoprirete inaspettatamente la felicità! Berlusconi ha fatto così…ha messo qualche bella Kalossa in Parlamento e guardatelo…ha mai una parola di sconforto??non vi sembra l’uomo più felice al mondo dopo Babbo Natale?? osservate dove la felicità si annida e scoprirete cose inaspettate!! dovete essere disposti a tutto però…dove seguire Lei e non Lei rincorrere voi! disposti ad abbandonare l’etica, che è la dimensione universale del bello (che è buono) e abbracciare l’estetica, che è la dimensione soggettiva del bello (che è ancora più buono) Spaltro’s way.
    Come?? è assurdo..pericoloso..ingestibile…
    Vertigini!
    …fa paura èh?? ebbhè è precisamente così…
    occhio che i sogni s’avverano èh!!
    Passo e Chiudo.

    Mi piace

  6. dadepalma scrive:

    Grazie a tutte/i… che belli i vostri commenti… riflessioni che mi hanno posto domande… e come accaduto in passato ho preferito scrivere un nuovo post… che qui ritrovate😉
    grazie tante

    Mi piace

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...