E poi ti voglio far un regalo…


Tanti ma tanti anni fa una mia cara amica, forse una delle persone più belle e preziose che la vita mi abbia mai regalato, si alzò una mattina, si vestì prese un pacco… si recò in posta e lo spedì! Quel pacco conteneva un libro… e quel pacco era diretto a me! Il libro, era il suo libro… uno dei libri più difficili da legge e da capire (almeno secondo me) o comunque è il libro che più di tutti mi ha insegnato cos’è la vita… Il Piccolo Principe… Oggi ho letto un po’ il blog e mi è tornata alla memoria una frase di quel libro Si rischia di piangere un poco se ci si è lasciati addomesticare… ed un po’ mi son soffermato su quanto è misterioso il paese delle lacrime. Credo sia profondamente bello rileggere e scoprire quanta strada si è fatti in un solo anno… è vero gli ultimi due post sono stati complicati e difficili, perché un po’ ho dovuto raccontarmi e raccontare ciò che in questo periodo vivo… un po’ ho raccontato ciò che ci fa sentir vivi, l’amore… perché l’amore è la realizzazione di sé! Mi ha sempre affascinato la parola che Antoine utilizza Addomesticare, anche perché ne da una spiegazione meravigliosa infatti se dovessimo chiedere alla volpe il suo significato, bè più o meno ci direbbe che  ” E’ una cosa da molto dimenticata. Vuol dire creare dei legami…” ” Creare dei legami?” ” Certo”, disse la volpe. ” Tu, fino ad ora per me, non sei che un ragazzino uguale a centomila ragazzini. E non ho bisogno di te. E neppure tu hai bisogno di me. Io non sono per te che una volpe uguale a centomila volpi. Ma se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno uno dell’altro. Tu sarai per me unico al mondo, e io sarò per te unica al mondo.” ” Comincio a capire”, disse il piccolo principe. ” C’è un fiore…. Credo che mi abbia addomesticato…”  “E’ possibile”, disse la volpe “capita di tutto sulla terra…” “Oh! Non è sulla terra”, disse il piccolo principe. La volpe sembrò perplessa: ” Su un altro pianeta?” ” Sì”.

Io, come un po’ tutti, vorremmo sempre esser un po’ addomesticati, ma certe volte è complicato, si commettono errori, errori ed ancora errori… e certe volte non basta chiedere scusa! Certe volte ad esser addomesticati si ha paura… ma questo è l’amore! Forse dovremmo imparare che Esser addomesticati è forse la cosa più bella che ci può capitare… forse dovremmo sempre aver il coraggio di esser addomesticati e di addomesticare! Ma ciò che spesso ci inquieta è come farlo? E allora perchè non richiederlo alla volpe, che ci direbbe che

Bisogna essere molto pazienti, rispose la volte. In principio tu ti sederai un po’ lontano da me, così, nell’erba. Io ti guarderò con la coda dell’occhio e tu non dirai nulla. Le parole sono una fonte di malintesi. Ma ogni giorno tu potrai sederti un po’ più vicino….”  Il piccolo principe ritornò l’indomani. ” Sarebbe stato meglio ritornare alla stessa ora”, disse la volpe. ” Se tu vieni, per esempio, tutti i pomeriggi, alle quattro, dalle tre io comincerò ad essere felice. Col passare dell’ora aumenterà la mia felicità. Quando saranno le quattro, incomincerò ad agitarmi e ad inquietarmi; scoprirò il prezzo della felicità! Ma se tu vieni non si sa quando, io non saprò mai a che ora prepararmi il cuore… Ci vogliono i riti”

Eh si, ciò che forse in questi anni abbiamo perso sono i riti, perché i contratti atipici sono un po’ monotoni… diciamolo… eh si… la loro monotonia si ritrova nei bassi salari, nel non poter costruire una famiglia, nel non poter costruire un progetto a lunga scadenza… sono monotoni perché finiscono… era così bello quel rito di concluder i propri studi, entrare nel mondo del lavoro, sposarsi, avere dei figli… andare in vacanza… veder crescere i figli, se mai comprarsi una casa, una macchina… eh come era bello il rito di una società che si basava sulla famiglia! La famiglia non è una parola che si butta lì in un marasma di parole… la Famiglia è un progetto, un progetto a lunga scadenza… e non importa che famiglia abbiate…  importa il Progetto! E quel Progetto si basa sicuramente sull’Amore! che è poi quello che ho tentato di descrivere nei due post precedenti… un padre che racconta a suo figlio l’amore per sua madre… una famiglia serena, felice… Viva! certamente con mille problemi… ma pur sempre con un progetto. Spesso però, la non realizzazione di se stessi, perché è realmente faticoso esser se stessi, provoca sofferenza, disagio, inquietudine, ciò che viviamo è descritto in maniera precisa da Alain Ehrenberg, un sociologo francese che ne La società del disagio (se potete leggetelo) scrive Dall’impresa integrata al lavoro parcellare all’impresa in rete caratterizzata dal lavoro flessibile, il coinvolgimento personale richiesto e messo in opera nell’azione fa emergere la dimensione affettiva nelle relazioni sociali. Tra l’agente e l’azione si produce una sovrapposizione, un’assimilazione, un’identificazione che fa si che l’uno coincida interamente con l’altro. Questa situazione fa dell’articolazione e della suddivisione tra la responsabilità collettiva (o l’organizzazione) e quella dell’agente individuale il nodo delle difficoltà. La coppia costituita dalla sofferenza sociale o dallo stress e dall’affermazione individuale è un’espressione inerente a questo stile d’azione.(p.322) Vi prego un attimo di pazienza, leggiamo ancora cosa scrive il sociologo:  Il lavoro è diventato un mezzo di realizzazione di sé, ma non era previsto che sarebbe anche diventato una fonte di sofferenza psichica. Tra l’aspirazione all’autonomia e l’autonomia come condizione reale, l’imprevisto verteva sulla competizione. È questa a distinguere l’approccio ai problemi del lavoro tra due poli: una visione piuttosto militante in termini di dominio e improntata a una nostalgia per i collettivi di lavoro del passato che unifica la diversità delle situazione in un’unica categoria, la sofferenza; una visione piuttosto descrittiva in termini di stress e di rischi che mostra, da una parte, l’esistenza di una grande varietà di situazioni e, dall’altra, una concentrazione dei problemi essenzialmente sulle qualifiche basse. Le capacità di realizzazione e le partecipazioni o l’integrazione sociale sono profondamente legate perché esiste una combinazione virtuosa tra l’aumento delle competenze, l’integrazione sociale e la realizzazione personale. (p.322). Questi ultimi post (L’amore secondo me! e Ogni inizio infatti è solo un seguito e il libro degli  eventi è sempre aperto a metà) sono ciò che io credo, ciò che io voglio, ciò che io desidero! La precarietà non ha solo minato la condizione contrattuale (e soprattutto salariale), non ha solo creato personalità profondamente precarie (e quindi insicure) ma ha creato una profonda Monotonia : la disuguaglianza sociale.

Mio nonno mi ha insegnato che ridere è una cosa seria ma che perdonare certe volte è ancor più serio! Però ora mi piace ritornare a Il Piccolo Principe, mi piace pensare a te, qui accanto a me, mentre leggi questo post, mi piace portarti qui, fuori questa finestra… sul balcone, si proprio qui… su esci… fa freddo, lo so… ma fidati, vieni… mi piace pensare di farti vedere questo bellissimo cielo stellato… e….

E poi ti voglio fare un regalo…». Rise ancora «Ah! ometto, ometto mio, mi piace sentire questo riso!». «E sarà proprio questo il mio regalo… sarà come per l’acqua…». «Che cosa vuoi dire?». «Gli uomini hanno delle stelle che non sono le stesse. Per gli uni, quelli che viaggiano, le stelle sono delle guide. Per gli altri non sono che delle piccole luci. Per gli altri, che sono dei sapienti, sono dei problemi. Per il mio uomo d’affari erano dell’oro. Ma tutte queste stelle stanno zitte. Tu, tu avrai delle stelle come nessuno ha… «Che cosa vuoi dire?.»  Quando tu guarderai il cielo, la notte, visto che io abiterò in una di esse, visto che io riderò in una di esse, allora sarà per te come se tutte le stelle ridessero. Tu avrai, tu solo, delle stelle che sanno ridere! ». E rise ancora. E quando ti sarai consolato, sarai contento di avermi conosciuto. Sarai sempre il mio amico. Avrai voglia di ridere con me. E aprirai a volte la finestra, così, per il piacere… E i tuoi amici saranno stupiti di vederti ridere guardando il cielo. Allora tu dirai: “Sì, le stelle mi fanno sempre ridere!” e ti crederanno pazzo. T’avrò fatto un brutto scherzo… Sarà come se t’avessi dato, invece delle stelle, mucchi di sonagli che sanno ridere..

5 Comments Add yours

  1. massimo scrive:

    bello quello che ti ha insegnato tuo nonno, e anche la volpe. La precarietà sociale non ha creato la diseguaglianza sociale ma è il contrario, e se è così, anche la profonda monotonia non ha ragione d’essere.

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    1. dadepalma scrive:

      personalmente non so cosa sia la “precarietà sociale”, so cosa è la Precarietà che si è prodotta dalla contrattazione atipica non regolata, in questo senso la diseguaglianza sociale ne è l’espressione più evidente e manifesta!
      La monotonia di cui parlo è quella di non riuscire a costruire nulla…

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  2. rifeclack/ S.Spinale scrive:

    La lettura di questo post mi ha creato subito una sensazione bipolare molto forte. (…e non pensate subito ad un disturbo bipolare rileggendo con la memoria i miei commenti precedenti…:-) ) Le esperienze legate alla mia vita lavorativa sono state strane come ormai tutti coloro che si ritrovano ad entrare, ormai da anni, nel mercato del lavoro. In questo passaggio così monotono di instabilità chiunque si è sentito dire di tutto. Le offese sulla nostra generazione, le stupidaggini tra sondaggi pilotati ed esaltazioni di dati microscopici ma ben evidenziati dalla lente d’ingrandimento della stampa di potere hanno cercato di mettere la polvere accumulata in questo ventennio sotto il tappeto dello slogan strisciante “Italians do it better”, usato come significato di massima per dire che comunque la nostra inventiva, il nostro ingegno e la nostra “bravura” rispetto agli altri sarebbero stati l’unica cosa importante da raccontare e far risaltare in questa nazione. La realtà come sappiamo tutti ha preso un’altra strada e ci ha portati a questa situazione “imbarazzante” e tragica per un Paese inserito nel G8. Le mie esperienze comunque rientrano in una lotta costante per combattere un sistema con pesi e metodi diversi in base a chi e cosa si ha di fronte. Raccontare della situazione assurda di una cassa integrazione straordinaria in deroga sarebbe impossibile perchè ha dell’incredibile nella sua struttura. E ciò che comporta domande e quesiti infiniti è che la mia situazione in questo Stato è ritenuta come una tutela o un sostegno al reddito, quindi uno stato privilegiato rispetto ai contratti precari o determinati o solo alla disoccupazione dilagante. Io lo definirei invece la realtà nascosta degli stabili precari, ovvero quelli che nei dati ufficiali sono gli occupati tutelati ma in realtà disagiati e precari perchè senza visioni prospettiche per il futuro, anche se attivi nei documenti occupazionali che si propinano ogni anno come zoccolo duro dell’attività lavorativa italiana. I dati purtroppo non sono la realtà che si vive. E come i compartimenti stagni delle navi ogni disagio è ben diviso dall’altro in modo da non comportare eventuali contaminazioni e possibile intesa tra chi comprende l’impossibilità a costruire futuro in tale modo ed eventuale ribellione al sistema. I dati come dicevo non sono la realtà…per nessuno!! Ma come è stato estratto in questo post nelle parole della volpe “Bisogna essere molto pazienti. In principio tu ti sederai un po’ lontano da me, così, nell’erba. Io ti guarderò con la coda dell’occhio e tu non dirai nulla. Le parole sono una fonte di malintesi. Ma ogni giorno tu potrai sederti un po’ più vicino….”
    La bipolarità che ho avuto come contrasti di sensazioni è data dalla bravura e dalla profondità di come viene sempre trattato il mondo del lavoro da te, Davide. Hai sempre avuto modo di portare le argomentazioni profonde con un taglio leggero, in modo da lasciare al lettore la voglia dell’approfondimento e della domanda aperta a fine lettura. E il piccolo principe è l’esempio perfetto dell’evoluzione dei rapporti che questi decenni ci sta portando…in questi post hai messo in gioco te stesso e hai mostrato molte parti profonde del tuo pensiero e del tuo modo di essere. E in questo vedo molto di tutta la nostra generazione che ha le “carte” per essere, fare, prendere il comando e andare avanti ma che il sistema nega ripetutamente e respinge continuamente. La bipolarità avvertita sta nel pensare durante la lettura ad un testo della canzone “Forgiveness” di Elisa in cui si dice:
    “I’m lost and scared to live this life
    I thought i’d always be strong
    This rage this dark side i don’t want to see
    Lays there… Lays there… lays there…
    There on the bottom inside
    Looking lost like a child…”
    e sentire tutta la profondità dell’umanità delle tue parole sull’amore e sulla famiglia…direi sul concetto generale di vita. Tutti questi aspetti incasellati hanno un legame fortissimo con il lavoro e con la possibilità attraverso esso di esprimere se stessi e portare, oltre le ore lavorative, un progetto dentro la famiglia e in primis dentro se stessi. Costruire è progettualità e impegno ma è anche stabilità e forza animosa proiettata nel futuro. Se la proiezione viene negata tutto ciò che si ha diventa disagio psichico perchè ci si ritrova in quei compartimenti stagni e ci si sente chiusi verso qualcosa che ci farà diventare il nostro Io futuro, il nostro Io migliore! La società si trova davanti ad un passaggio cruciale e lo si capisce da innumerevoli aspetti mutati, da condizioni modificate nella maggioranza della popolazione e nell’aria che si respira. Tutto deve essere rivisto ma ovviamente tutti sappiamo che per rivedere non si può modificare di sana pianta tutto e vedere che effetto fa. Bisogna scegliere, creare legami col passato e col presente. Adottare nuove concezioni e applicare vecchie che ora sono però distorte dall’uso sconsiderato e sregolato (basta pensare al numero di contratti possibili in Italia). Creare appunto legami ma nuovamente utili! Ed è vero che creare legami fa diventare indispensabili. E’ essere già futuro perchè si indica un percorso che avverrà e che lo si vuole da entrambe le parti. A volte però queste parti che dovrebbero rapportarsi e migliorare il mondo intorno sono come sorde e parlandosi alla fine non comunicano. Qui sta la seconda parte del bipolarismo che ho avvertito. Ho pensato a fine lettura al film “Non ci resta che piangere” e alla scena del passaggio (per capirsi quella della dogana e del “Quanti siete? Un fiorino!”) perchè la mancata comunicazione quasi rende grottesco e ridicolo il momento che viviamo e che si ripercuote poi nei rapporti umani, nel modo di vivere e nel modo di affrontare un sentimento come l’amore. La mancata comunicazione fa pagare sempre quel fiorino ma rende tutto vano nella spiegazione e nella possibilità di creare legami o semplici spiegazioni per risolvere il problema alla base. La scena del film fa ridere ma come dice tuo nonno tutto ciò è qualcosa di serio e non so quanto la nostra generazione voglia perdonare ciò che ancora dal sistema stesso (da chi governa questa sistema) non è stato considerato a tutti gli effetti una realtà che ha modificato profondamente gli assetti sociali della popolazione intera. Ma sai di questi tempi un perdono precario alla fine forse non lo si nega anessuno… a patto che loro ci facciano un regalo: essere perlomeno tendenti alla monotonia!!🙂

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  3. Adele scrive:

    E io invece stanotte guardavo scendere la neve e piangevo, proprio perché “si rischia di piangere un poco se ci si è lasciati addomesticare”…e nel mentre pensavo e mi chiedevo se possono esistere momenti di felicità trascurabili… perché allora come chiamare quei piaceri intensi e volatili che a volte punteggiano le nostre giornate, accendendone i minuti come fiammiferi nel buio?

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  4. Mary scrive:

    Devo ammettere (devo?) che la lettura di questo post ha occupato molto del mio tempo. Poi… a distanza di alcune ore… è arrivato un altro, su un altro blog che seguo con molta attenzione..
    Il mio stupore non sta nel ritrovamento di questi due post, ovviamente… ma nel fatto che ho trovato un sorta di filo rosso, un filo conduttore tale per cui uno dei due post richiama l’altro, nel mio modo di vedere le cose. E la cosa su cui mi sono soffermata a pensare è la scelta fatta, da de Palma e dalla Marzano, sui due verbi, fulcro a mio avviso, dei due post: addomesticare e abbandonare.
    Non so come, ma ad un certo punto, ho cominciato a pensare che tra le due parole ci fosse un contatto: l’amore, si legge qui (si intuisce quantomeno), è anche “addomesticare” l’altro e “farsi addomesticare” (le virgolette sono d’obbligo, almeno in questo commento) per vivere meglio, per viversi meglio, se così si può dire e per farlo ci vuole pazienza… recita la volpe… e aspettare le quattro. O meglio le tre, per poter iniziare ad essere felici. E mi chiedevo… c’è dell’abbandono in questo processo di attesa “dalle tre alle quattro”? Aspettare che l’altro si avvicini sempre più a te, gradualmente, comporta una sorta di abbandono… vocabolo chiave, secondo me, dopo ‘amore’, nel post della Marzano (‘chiave’ solo perchè m’ha colpito, molto probabilmente…)… per poter amare? E poi… ammesso che questo ragionamento abbia un senso e non risulti “pazzoide” (cit.)… in quest’attesa, cosa fare? Pensare o non pensare?
    Pensare a quello che ci attende una volta arrivate le famose ‘quattro del pomeriggio’?
    O non pensare dato che “l’amore agisce dall’interno” (Marzano) perchè in quel modo, non pensando, in quel momento… io posso ‘essere’, tanto per richiamare (indegnamente, da parte mia) Lacan?
    E’ sempre una questione d’amore però, in fin dei conti, direbbe lei, che ha inoltre aggiunto che in questo abbandono non si dovrebbe pensare, considerando anche che lo facciamo tanto, spesso, anche inutilmente talvolta.
    Confesso che ‘Il piccolo principe’ non è stata mai una lettura per me ‘facile’, visti i commenti entusiastici che si leggono a destra e a manca sulla poesia e sui profondi insegnamenti contenuti nella ‘favola’ di Saint-Exupéry, che io (lo dico “pubblicamente”, con un pizzico di vergogna… ma giusto un pizzico🙂 ) non ho sempre colto. Perciò, anticipatamente dico che può darsi che davvero, anche sta volta, non abbia capito granchè della metafora espressa dagli stralci del libro riportati da de Palma. Però ammetto che, con il passare del tempo, il passo in cui la volpe dice quelle determinate cose al piccolo principe, beh… da un po’ tempo, da un certo momento, non molto lontano, esercita un fascino sempre maggiore in me.😉
    Così come è praticamente certo che non abbia colto l’essenza del pensiero di Lacan e l’abbia potuto, maldestramente, maneggiare a modo mio… però, insomma, questo post e quell’altro oggi m’hanno fatto pensare a tutto questo.

    Ah, il post della Marzano, anche questo maldestramente usato per argomentare (parolone…) la mia ‘tesi’ è:
    http://marzanomichela.wordpress.com/2012/02/05/e-sempre-lamore/

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