Bread and Roses!!!


Quando scrivo un post generalmente l’ultima cosa che faccio è pensare al titolo, questa volta è diverso, questa volta parto dal titolo, e vi chiedo perdono se tornerò indietro di ben 100 anni! E si, perché Bread and Roses, rappresenta una idea, uno modo di intendere il mondo, un modo per dichiarare la propria inadeguatezza, ad un sistema di gestione che riduce l’uomo a merce, che conosce solo i costi non come investimenti nell’uomo, ma come riduzione e profitto! Chi oggi si avvicina alla gestione del capitale umano, non può non ricordare e non può non considerare come la valorizzazione del capitale umano passa proprio attraverso una pianificazione aziendale che realizzi l’uomo che lavora! Nel 1911 James Oppenheim scrisse un poema Bread and Roses :

As we come marching, marching in the beauty of the day,
A million darkened kitchens, a thousand mill lofts gray,
Are touched with all the radiance that a sudden sun discloses,
For the people hear us singing: “Bread and roses! Bread and roses!”
As we come marching, marching, we battle too for men,
For they are women’s children, and we mother them again.
Our lives shall not be sweated from birth until life closes;
Hearts starve as well as bodies; give us bread, but give us roses!
As we come marching, marching, unnumbered women dead
Go crying through our singing their ancient cry for bread.
Small art and love and beauty their drudging spirits knew.
Yes, it is bread we fight for — but we fight for roses, too!
As we come marching, marching, we bring the greater days.
The rising of the women means the rising of the race.
No more the drudge and idler — ten that toil where one reposes,
But a sharing of life’s glories: Bread and roses! Bread and roses!

Nel 1912 però proprio da questo poema le lavoratrici (immigrate) della Lawrence ne trassero lo slogan per la loro protesta (chiedevano aumenti salariali), appunto Bread and Roses! Il ricordo delle lotte delle lavoratrici tessili non può non ricordare a chi si occupa di gestione del capitale umano, che il vero valore, il vero vantaggio competitivo di un’azienda risiede proprio in chi ogni giorno vive e fa crescere l’azienda : i lavoratori! Un’impresa è come un’orchestra, avete mai pensato a quanto sia meravigliosa e perfetta una orchestra quando davanti al suo pubblico esegue una sinfonia… la perfezione, l’armonia, la gioia e lo stupore che lascia… ecco è in questo che si ritrova ciò che credo sia lo Human Capital Management… credo nelle aziende belle da vivere! Da qualche giorno sto leggendo un libro pubblicato da Donzelli Editore, “E se lavorassimo troppo?” scritto da Nicola e Marco Costantino, nella quarta di copertina c’è una domanda che gli autori pongono al lettore “il lavoro: condanna biblica o strumento di realizzazione personale?”

Il lavoro non può non essere uno strumento di realizzazione personale,  per far ciò però, chi pianifica le pratiche di gestione del personale, deve saperlo!

p.s. se volte sapere di più su Bread & Roses Centennial Events cliccate

3 Comments Add yours

  1. Adele scrive:

    Leggendo questo post e il poema di James Oppenheim subito mi è stata chiara una cosa: io voglio le rose! E questo non perché sono una donna e mi piacciono i fiori e le cose belle ma perché mi piacciono le essenze delle cose, i profumi profondi, anelo ai battiti, adoro le emozioni che mi danno le cose, che mi danno le persone, che mi da il mio lavoro. Questo per dire che le rose sono lo spirito e il pane è la materia; per affermare che prediligo l’essenza delle cose, ciò che va al di là del bisogno fisico e questo è desiderio in tutti gli aspetti della mia vita! Amo il mio lavoro, così strettamente connesso allo spirito e all’espressione individuale, che arriva a farmi disprezzare il suo aspetto commerciale e di mero consumo. Fondamentale è però considerare entrambi gli aspetti…soprattutto nell’oggi, dove spesso e volentieri infatti è il pane che porta alle rose e non viceversa, cioè condizioni di lavoro migliori (anche salariali quindi) generano benessere e serenità per coltivare gli aspetti sovrastrutturali del proprio lavoro e della propria vita, per cui se non migliorano le condizioni materiali non si coltiva nel modo giusto ciò che va al di là. Allo stesso modo però le cose non funzionano se migliorano solo le condizioni puramente quantitative ma non c’è una crescita di qualità nella mansione. Insomma vogliamo il pane si, ma, anche le rose! Soprattutto queste perché sono “il bello” che ci fa tornare a casa stanchi morti dopo una giornata di lavoro ma col sorriso sulle labbra, sono la fiamma creativa che incentiva il nostro fare bene nel lavoro e nella vita in generale. Trovo importantissimo ribadire il concetto che bisogna pur mangiare ma è altrettanto importante la qualità della vita, dei rapporti, della realizzazione personale. Tutto ciò apre una riflessione universale che parla di impegno, paure, frustrazioni, ansie, piccoli successi, sconfitte e traguardi che da 100 anni sono stati collezionati dalle donne e dagli uomini nelle battaglie pubbliche e private per il miglioramento delle condizioni di lavoro e di vita, battaglie combattute proprio in nome di quelle rose. Cerchiamole anche noi sempre quelle rose, usciamo dal silenzio e rifacciamo nostro il famoso slogan…è vero che ha cent’anni ma mi sembra così attuale😉

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  2. cosimo scrive:

    Quello che tu scrivi è nel cuore della povera gente, della gente semplice e sincera che crede nelle istituzioni e si accontenta e lotta per vivere degnamente una vita guadagnata giorno dopo giorno, con sacrifici. Senza mettere in atto strategie per rubare agli altri che si guadagnano il pane alla loro stessa maniera. Condivido quello che scrivi e come me sono in tanti che …
    …”vogliono il cielo pulito.”

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  3. Rifeclack scrive:

    I cuori han fame così come i corpi:
    Dateci pane, ma dateci anche rose!

    E se le si sente cantare si sente la passione e l’orgoglio di essere parte di qualcosa, di essere un ingranaggio di una macchina meravigliosa che fa evolvere l’umanità verso un nuovo inizio, una nuova lotta, un nuovo obiettivo da conquistare. Il lavoro vissuto e interiorizzato da ogni lavoratore non ha prezzo per chi vuole fare impresa. Oggi non so però se questo concetto è alla base della costruzione di un ambiente produttivo e intellettualmente stimolante come dovrebbe essere un’azienda perchè per il dio denaro e per la poca conoscenza dei meccanismi culturali e concettuali dell’impresa il management o meglio dire la proprietà non riconosce nei fatti i lavoratori come una risorsa che fa la differenza. In questa Italia così mal messa forse gli imprenditori che si sono tolti la vita in questi mesi sono un esempio di quei pochi che credono nell’azienda italia (o almeno ci credevano!) e che talmente presi dal loro mondo fatto di azienda e lavoro per farla crescere hanno preferito togliersi la vita che magari licenziare i propri dipendenti. In realtà quei dipendenti nel gran tessuto aziendale italiano fatto di micro aziende sono anche parte della famiglia dell’imprenditore, sono la parte allargata della famiglia, sono l’impersonificazione della fiducia perchè c’è un rapporto di lavoro che si mischia con la vita e con la parte umana e con la quotidianità, con la bravura e la tenacia che sia lavoratore dipendente sia imprenditore mettono per far andare avanti l’azienda. Per essere appunto un ingranaggio, un cuore che pulsa, che si emoziona, che ci crede e che vuole crederci perchè quel lavoro lo ha plasmato con le proprie mani, il sudore lo ha sprecato a fiumi, i sentimenti di appartenenza e di forza di volontà si sono sviluppati e accresciuti ogni giorno. Come in una lotta con i suoi alti e bassi si è andati avanti affrontando, ognuno col suo ruolo, ogni perturbazione che il mercato ha offerto. E allora quel lavoro, anche quello tanto odiato, diventa una parte di noi, si annida in noi e ci dà pane e rose. Ci dà le spine, il dolore del pungersi ma anche il leggero irrinunciabile e impalpabile significato di esserci, di poter fare la differenza, di creare e se vogliamo dirla tutta di essere creati dal lavoro. Quel pane passa dalla determinazione di fare, di crederci fino in fondo. E so che chiunque faccia un lavoro che può essere gratificante e che può essere plasmato da chi lo fa ha quella sensazione di aver fatto, o quasi se vogliamo sublimare il concetto, di aver vissuto qualcosa di irripetibile. Ma come in un miracolo l’irripetibile si ripete ogni giorno nella routine anche se in una routine dove uomini e donne si sentono realmente uomini e donne per le loro azioni, per il loro saper fare!
    Scrivendo mi è venuto in mente la figura di Di Vittorio, un sindacalista che ha creduto nei diritti e nei doveri, che ha amato il lavoro e il suo processo di evoluzioni.

    Il lavoro è passione, è la vera forma di libertà, il vero volto umano del nostro futuro, la vera speranza del nostro futuro!! C’è un sogno che mi ha portato qui…custodire sempre questa Speranza del domani!

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