L’ultima lezione “ufficiale” del prof. Gaetano Veneto….


Questo è forse il post, che in assoluto mi coinvolge di più per tanti motivi, ecco partirei col dire che qualche anno fa mi accorsi di non capir nulla di diritto del lavoro (non che ora sia tanto diverso) però allora decisi di andare a seguire le lezioni di diritto del lavoro… così un mattina, mi svegliai di buon ora, presi il treno, arrivai a bari, palazzo di giurisprudenza… primo piano… posto : in fondo a sinistra… aula stracolma di ragazzi (ed io? Un’ intruso “volontario”), la lezione era incredibilmente affascinante un professore non in cattedra che narrava il diritto, raccontandolo… le prime lezioni furono “micidiali”, non ci capivo assolutamente nulla, ma i giorni passarono, i mesi pure, e così mi accorsi che qualcosa iniziavo a capirla, appunti… appunti… appunti… in uno sconfinamento tra materie che alle volte diveniva per il mio pensiero un’opportunità ghiotta per sognare e fantasticare sul capitale umano! È così che è iniziato tutto… è così che ho incontrato nella mia vita una delle persone più belle e pazienti che abbia mai conosciuto… è così che son stato travolto dal diritto del lavoro… è così che la mia vita si è imbattuta nel prof. Gaetano Veneto.

Mesi dopo decisi di contattatarlo, volevo parlargli della mia idea di bilancio del capitale umano, volevo dar sete al mio bisogno di conoscenza… alla mia curiosità… mi diede appuntamento dopo un mese… entrai nel suo studio, mi guardò, mi presentai, spiegai i miei interessi e lui mi guardò e mi disse “hai letto Weber?”, e così iniziò una lunga chiacchierata, sui testi di Weber… che si concluse con “è tardi, mi hai fatto perdere un sacco di tempo, vieni lunedì prossimo dopo le 10”… per un paio di mesi i nostri incontri furono caratterizzati da chiacchierate sui temi più lontani, dalle relazioni industriali al diritto commerciale passando per la sociologia e la psicologia… poi una mattina dopo la nostra chiacchierata, prima che andassi via, mi diede il manuale di diritto del lavoro dicendomi “ora sei pronto!”… è così che ho imparato ad approcciarmi al diritto del lavoro… è così che ho capito che stavo piano piano imparando una materia a me sconosciuta… 

Alla fine dell’800 nell’Università di Pisa si laureò il prof. Biagio Brugi, un grandissimo maestro del diritto, un uomo i cui scritti andrebbero riletti sicuramente, e a me il prof. Veneto ricorda tanto quella tradizione che guardando al diritto del lavoro tedesco pone il diritto a confronto con la filosofia, con la sociologia e con la psicologia del lavoro e delle organizzazioni, e così quando venerdì mi è stato comunicato che lunedì 21 alle ore 8.45 ci sarebbe stata la lectio magistralis, il mio pensiero è andato prima a Brugi (morto il 21 maggio 1934) e poi alla ricorrenza del 20 maggio 1970 (giorno in cui venne emanato lo Statuto dei Lavoratori) coincidenza notevole direi! E così capita di ritrovarsi in un aula piena di studenti, per la Lectio Magistralis del prof. Veneto, anche se è chiaro fin da subito che più che Magistralis è una Lectio Singularis, un po’ per la scelta di non aver un testo scritto un po’ per la scelta di “abbracciare” il suo diritto del lavoro, quello a cui dedicato una vita, in un discorso che intreccia presente e futuro, facendo memoria del passato… e così non è difficile ritrovare nella sua raffinata lectio, il pensiero dei padri del diritto, della sociologia, dell’economia… in una riflessione che pone domande… a se stesso, ma anche a chi quel diritto lo porterà per l’esame, a chi quel diritto lo vive tutti i giorni, a chi, come chi scrive, ha imparato a conoscerlo e ne è rimasto affascinato…  Eh già, perché nella massima assise, nel momento più alto del suo percorso accademico, Veneto sceglie un discorso Critico e Autentico, come solo i grandi maestri sanno fare… critico nei confronti di quel diritto del lavoro che volutamente sfugge alle risposte delle domande, autentico perché guardando negli occhi i suoi ragazzi confida “il mercato del lavoro è quello che vedete voi”, un mercato pieno di tanti meno e di tanta decadenza occupazionale. Con forza riafferma la sua attenzione “ai lavori”, a tutti i lavori e qui il riferimento alla contrattazione atipica è chiaro, ancora una volta pone l’attenzione su tutti i lavoratori… e non è un caso che Veneto sembra voler ripartire da qui per una riflessione più ampia su un nuovo diritto del lavoro, riflessione che riparte dallo scontro generazionale, dalla finanziarizzazione del sistema economico, ed ancora una volta, in punta di piedi il diritto del lavoro, sconfina nell’economia e nella sociologia, per porsi domande… perché sempre e solo la ricchezza? perchè non considerare la bellezza della felicità? Eh già il benessere organizzativo… e così ancora una volta Veneto ricorda a tutti noi, cos’è la scuola barese… una scuola che voleva esser bottega, come insegnava il Maestro del diritto del lavoro, Gino Giugni, il suo maestro… forse è da qui, dal solco posto oggi, che tutti noi ripartiremo nelle nostre riflessioni, per un diritto del lavoro che sia Critico e Autentico, ma che soprattutto non abbia come obiettivo la demolizione dei diritti acquisiti, ma anzi si incammini verso la nuova era del lavoro, quella dell’inclusione e della speranza!

4 Comments Add yours

  1. Club del Libro - Bari scrive:

    Mi piaci quando scrivi con tanta naturalezza di argomenti che ti appassionano sinceramente e lo fai con scorrevolezza, dedizione, amore.
    La tua competenza e il tuo desiderio di conoscenza stupiscono e intimoriscono nel contempo.

    – Angela –

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  2. Adele scrive:

    Ultimamente quando ti leggo mi viene sempre da pensare che non credo di conoscere nessuno capace di trasmettere con semplicità, ma nello stesso tempo con tanta forza ed efficacia, una passione, un interesse, uno studio, una ricerca, una ragione d’essere e di esistere come fai tu! C’è sempre meno gente al mondo che spiattella ciò che pensa e ciò che prova quando è in contatto con ciò che ama…Bellissima quest’ultima lezione “ufficiale” di cui ci hai resi partecipi…sembra quasi di essere lì ad imparare con te…sembra quasi che quest’uomo nel corso delle sue lezioni e prima di darti quel manuale ti abbia insegnato qualcosa della vita più che dato delle nozioni di diritto. E’ bello quando succede, è meraviglioso quando accade, quando mentre si impara qualcosa di nuovo si apprende qualcosa in più su di sé, perché mai si impara nulla se non si mette in gioco prima se stessi e perché un metodo è una strada e se uno non vuole camminare non serve a nulla. Tu suoni bene de Palma😉

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  3. Ho sempre avuto la curiosità di andare a capire ciò che per tutti noi è scontato e che utilizziamo come forma di comunicazione già dai primi anni. E ho più volte scritto nei commenti in questo blog l’importanza che do al mondo del bambino traslazionato alla vita adulta e alla vita sociale di ogni popolo. La costruzione del linguaggio e la costruzione del pensiero e con esso della scelta e dell’utilizzo delle parole ha un grande fascino che si amalgama e caratterizza gran parte della comunicazione già prima del messaggio finale che il nostro parlare compie quando si comunica tra due persone. Si trasmette un codice e un significato che rimanda al nostro interlocutore una informazione e un arricchimento che forse a pensarci bene è l’unico modo per uscire da questo periodo di crisi dei sistemi in cui abbiamo deciso di vivere. Forse proprio l’etimologia della parola “trasmettere” può dare realmente il significato di ciò che voglio dire. Deriva da trans e mittere ovvero “mandare al di là” e quindi portare qualcosa (che sia un’idea, una informazione, un segnale) laddove non c’è ancora. Portare alla fine noi stessi in un “non-luogo” o in una mente in cui ancora non siamo stati. Un viaggio non fisico ma più incisivo di un’orma sul terreno.
    Tutto ciò che ho letto in questo post è proprio questo viaggio straordinario, fatto stando seduti e potendo solo comunicare e portare il pensiero ad evolversi e a capire meglio o semplicemente ad approdare a nuove visioni concettuali. E’ un modo inconscio, a mio avviso, di sfamare la curiosità di quel bambino interiore che noi tutti ci portiamo dentro e che come tale vuole capire il mondo, guardarlo con occhi mai avuti, con contrasti mai assaporati prima. E tutto questo può avvenire solo in un modo ovvero con l’interazione tra le persone. L’unicità di ogni singolo essere umano è fondamentale per il futuro di tutti perchè combina e rivoluziona in ogni momento ciò che ognuno di noi ritiene ormai di default. Trasformare una visione, un modo di fare, un modo di avere la prospettiva del futuro è l’unico modo per inventare un futuro, magari alternativo o magari rivoluzionario ma sempre e comunque un tempo migliore. Preferisco indicare l’aggettivo migliore perchè anche se fosse peggiore dell’attuale comunque sarebbe un futuro costruito di idee e di volontà umane che si giocano il domani in prima persona. Ma per essere ciò bisogna trasmettere, diffondere e mai smettere di farlo.
    Cercare di portare avanti una visione, cercare di applicarla e poi perfezionarla nella pratica migliora il mondo stesso perchè fa applicare l’uomo e lo fa evolvere verso qualcosa fatto di sudore e concretezza. E il lavoro, anche quello manuale, ha alla base un lavoro di idee e di “spargimento” di pensieri per renderlo più concreto e giusto per tutti.
    E tutto ciò che finora ho scritto ha un forte legame con le immagini e il racconto che tu, Davide, hai voluto condividere perchè quelle ore passate tra te e il Prof. Veneto è un esempio del futuro e della speranza di poterlo migliorare. Credo che solo la conoscenza ci possa veramente salvare e che la dedizione a ciò che appassiona può fare la differenza, può rendere reale ciò che si intravede ora solo come eventuale possibilità. Quasi essere folli nelle visioni del domani per rendere poi quel domani normale per tutti. Pochi hanno questo coraggio e pochi lo analizzano come possibilità per vivere la propria vita. Molti si accontentano di accettare il sistema trovato e imbastito dagli altri in un passato recente. Ma una vita spesa a guardare il mondo con gli occhi fanciulleschi ci rende forse gli uomini e le donne più forti perchè ci fa custodire un’essenza poco “commercializzata”. L’alto pregio di ciò che tenti ogni giorno di fare con fatica e forza di volontà è prezioso, non solo per te ma per tutti. Rende la Speranza un’essenza, un profumo del domani che vorrei tutti avessimo. E lo dico senza complimenti del caso ma perchè credo che ci sia una “filosofia” dietro, un modo di relazionarsi con il mondo, con il pensiero e con la sua involontaria evoluzione. Vorrei tanto che tenessimo sempre per mano la Speranza e la voglia di esserci ora per poter esserci domani con nuove strade e nuove Speranze da “sottoscrivere”.

    P.s. Ciò che hai raccontato ha molte similitudini con la trama di un bellissimo film: “Scoprendo Forrester”. Se non lo hai visto devi vederlo assolutamente!

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  4. Mary scrive:

    “Perché sempre e solo la ricchezza? Perché non considerare la bellezza della felicità?”
    Parto da qui, dalla frase che, tra le tante, mi ha spinta a scrivere questo commento, dopo non pochi dubbi sull’opportunità e la sensatezza di questo in un blog come Das Humankapital.
    La mia diversa formazione e provenienza accademica mi porta, quasi inevitabilmente direi, a concentrare la mia attenzione su “ricchezza” e “felicità” e, a caldo, ho pensato che, ancora una volta, l’autore del blog si ostinava (a mio avviso) ad accostare due concetti che solo nel mondo dei sogni, purtroppo, vanno di pari passo, mentre la realtà è altro e non sono certo io a doverlo dire. Un visionario, insomma, il sig. de Palma.😉
    Però… ho dovuto in un certo senso rivedere la mia valutazione… perché la sua lectio singularis mi ha portata a ritornare con la memoria alla ‘mia’ lectio magistralis, quella che si è tenuta qualche settimana fa nel ‘mio’ ateneo, in una Aula Magna gremita di gente, anche estranea all’università certo, ma interessata ad ascoltare Amartya Sen, che ha aperto un convegno organizzato dal CreSV Bocconi (… assieme ad altri partner che non cito solo perché non sono qui in veste di addetta ufficio stampa o che) e le sue idee sui concetti di sostenibilità e creazione di valore. Cosa centrano questi temi con gli argomenti discussi in questo blog? In apparenza, nulla. Sembrerebbe che economia e altre discipline non possano e non debbano mischiarsi tra loro, secondo alcuni. Meno male che, poi, ci sono gli ‘altri’ che la pensano diversamente… detto ciò, ho pensato che idee e visioni come quelle costantemente analizzate e avanzate in questo blog, potrebbero ‘materializzarsi’ nei nostri sistemi economici e sociali (che poi, al di là delle parole, è la cosa importante, secondo me) solo se si tenta di implementare concretamente politiche che rivedano o, più realisticamente, almeno in un primo momento, tentino di rimediare alle grandi falle presenti in quel meccano che è il mondo in cui viviamo.
    In altre parole: una strada possibile, affinché ‘ricchezza’ possa far rima con ‘felicità’ potrebbe, a mio avviso (ma non tanto mio, quanto di ben più illustri e noti studiosi della materia), essere quella di adottare un nuovo approccio “basato su una nuova concezione di valore e ricchezza in doppia ottica, a livello aziendale e anche a livello di sistema paese” (cit.) anche perché, come si è detto durante l’incontro a cui facevo riferimento qualche riga fa, la crisi finanziaria cominciata nel 2007 ha efficacemente mostrato che la semplice massimizzazione del valore economico per gli azionisti non è più un requisito sufficiente, affinché sia garantita la longevità delle aziende (con notevoli ripercussioni, come sappiamo dalla cronaca di tutti i giorni, sul lavoro e sulle conseguenze che la sua perdita comporta non solo per il singolo individuo, ma anche per il nucleo familiare alle sue spalle, che improvvisamente si ritrova solo e smarrito) e ha dimostrato anche che il PIL non è forse l’indicatore più adatto per misurare la vera ricchezza di un paese. In termini di indici, come è noto, è aperto un dibattito su quale misuratore debba poter essere preso in considerazione, in alternativa al PIL, che sembrerebbe presentare dei limiti, dato che non tiene in considerazione quei fattori che incidono sul benessere umano, come fa invece il Better Life Index dell’Ocse, ad esempio.
    Per arrivare a ciò, si diceva nello studio, al fine di migliorare la qualità complessiva della vita delle persone e della società in cui queste vivono, è necessario che le aziende adottino comportamenti responsabili, non solo a livello sociale ma anche ambientale e, affinché ciò avvenga, è indispensabile che le imprese siano dotate di un rating etico che possa misurare, appunto, il proprio grado di responsabilità sociale.
    In conclusione, vorrei dire che se tutto ciò riuscisse ad essere effettivamente implementato, forse si innescherebbe quella miccia che tanti, da più parti, aspettano, magari anche solo inconsciamente, senza esprimerlo in modo diretto ed esplicito. E chissà che, andando a scardinare i tradizionali comportamenti aziendali, anche le condizioni attuali del lavoro non cambino; probabilmente si avvierebbe la strada che porta all’abolizione delle tantissime forme contrattuali presenti ad oggi sul mercato (sebbene molto si gioca sui tavoli della politica e degli accordi raggiunti con altri attori, come i sindacati) e, anziché demolirli come si diceva nel post, si possa arrivare ad un potenziamento e miglioramento di quelli che sono i diritti acquisiti.
    … ma ora, alla luce di queste considerazioni, la domanda potrebbe diventare: chi è il vero visionario tra me e il sig. de Palma? Temo che solo il tempo ce lo dirà (o magari qualche commento critico al mio)😉

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