Mindfulness: una nuova risorsa a lavoro


La complessità del mondo del lavoro consente diversi livelli di analisi: organizzativa, economica, sociale, interpersonale, umana… Io da sempre mi sono interessata alle persone, al loro modo di rapportarsi all’ ambiente, al modo di leggere la realtà e alla capacità di sentirsi in grado di influenzarla. Tutti siamo spinti ad agire dalla leva della motivazione che è guidata da bisogni di diversa natura: fisiologica, di sicurezza, di appartenenza, di stima, di autorealizzazione (Maslow, 1954), e le energie che mettiamo in campo possono portare a risultati più o meno vincenti nella soddisfazione di questi bisogni. La chiave di un buon adattamento, come direbbe la dottoressa Lorna Benjamin, sta nel saper analizzare la realtà e contestualizzare le energie per adeguarle all’ambiente ed allo scopo da raggiungere. Ma spesso questo non è facile perché siamo influenzati dalla nostra continua produzione di pensiero che è frutto di aspettative, di vissuti, di schemi, di pressioni ambientali, che spesso non ci consentono una completa consapevolezza delle risorse come dei limiti di ciò che ci circonda. Nel mio percorso ho potuto conoscere un costrutto affascinante, la “Mindfulness”, che ha proprio la finalità di affinare nell’individuo la capacità di maturare una reale consapevolezza di sé e di quello che lo circonda. Venendo in contatto col mondo del lavoro e delle aziende, mi sono chiesta come questo costrutto potrebbe essere applicabile anche al contesto lavorativo e vorrei condividere qui questo approfondimento iniziando proprio con la definizione della Mindfulness.
La definizione operativa di Mindfulness è quella proposta da Kabat-Zinn (2003): “la mindfulness è una consapevolezza che si pone intenzionalmente, nel momento presente e in modo non giudicante”. “Mindfulness” è realmente “presenza mentale” ottenuta praticando la consapevolezza di qualsiasi stimolo più o meno piacevole, sia interno (pensieri, sensazioni fisiche), che esterno (ambiente fisico e sociale), ponendo ad esso un’attenzione priva di giudizio, valutazione o qualsiasi manipolazione cognitiva (Brown, 2007).
Nonostante la definiamo come uno stato di consapevolezza, evidenze sperimentali provano che diversi individui possono manifestare più o meno predisposizione verso la mindfulness, col differenziarsi dei tratti di personalità e delle caratteristiche psicologiche (Brown e Ryan, 2003, Walsh et al., 2009). Ma un modo per implementare questa particolare capacità, è la pratica del mindfulness training, il cui primo impiego è stato sistematizzato in due protocolli terapeutici finalizzati al miglioramento della salute globale dell’individuo: Mindfulness Based Stress Reduction, (Kabat Zinn, 1990) e Mindfulness Based Cognitive Therapy (Segal et al., 2002).
Solo per portare degli esempi, le evidenze sperimentali provano che i trattamenti mindfulness-based portano alla riduzione del dolore fisico (Carmody e Baer, 2008) e dell’aritmia cardiaca (Ditto, Eclache, e Goldman, 2006); alla normalizzazione dei valori in caso di pressione alta (Chiesa e Serretti, 2010); e ad un miglioramento del sistema immunitario sia in popolazione clinica che non (Baer, 2003). Inoltre la mindfulness è associata alla riduzione di sintomi implicati nella salute mentale e psicologica come ansia, stress e umore depresso sia nella popolazione clinica (Baer, 2003), che nella popolazione non clinica (Chiesa e Serretti, 2010). Le conseguenze si associano ad una migliore qualità globale della vita (Foley et al., 2010).
Tante sono le ricerche volte ad esplorare le conseguenze che la pratica mindfulness ha sull’individuo in generale, ma tutte convergono nell’identificare come effetto centrale il miglioramento della funzione dell’auto regolazione, sia di pensieri, che di emozioni, comportamenti e reazioni fisiologiche. Nello specifico, rifacendoci al modello di Glomb, Duffy e altri (2011), identifichiamo due processi mentali ed uno neurobiologico centrali, più una serie di processi secondari attivati dalla mindfulness. I due processi mentali centrali sono: il distacco di sé da eventi, esperienze, pensieri ed emozioni; e la diminuzione degli automatismi coinvolti nei processi mentali in cui esperienze passate, schemi ed abitudini cognitive vincolano il pensiero; tutto questo è accompagnato da un’accresciuta consapevolezza e da una più equilibrata regolazione del sistema fisiologico.
In aggiunta a questi tre meccanismi, ci si aspetta che la pratica mindfulness possa migliorare 7 particolari processi: diminuire la tendenza a rimuginare sugli eventi, migliorare l’empatia, la flessibilità di pensiero, la regolazione affettiva, l’autodeterminazione e la resistenza nel perseguire gli obbiettivi.
Tutto questo è molto affascinante, ma il mio scopo qui è di esplorare i potenziali effetti della mindfulness nel contesto lavorativo, quindi, ora mi soffermerò su questo.
Nell’esaminare il miglioramento della capacità di auto-regolazione sono emersi tre temi a cui la mindfulness è collegata: l’influenza sulla qualità della relazione, sui processi indicativi di resilienza e sui meccanismi implicati nella presa di decisione e nell’esecuzione di compiti (Glomb, Duffy et al., 2011).
Un consistente corpo di ricerche indica che relazioni interpersonali positive costituiscono un fattore di protezione dai fattori di stress legati al contesto lavorativo (Harter, Schmidt, e Hayes, 2002) e la mindfulness promuove questo tipo di connessione sociale grazie alla sua capacità di implementare l’empatia e la flessibilità nella risposta: attraverso il raggiungimento di una maggiore consapevolezza dei propri stati fisici e mentali, consente di accrescere la sensibilità a quelli dell’altro, senza che questo porti ad una reazione o ad un giudizio (Siegel, 2007). Quindi coloro che praticano la mindfulness dovrebbero essere più equilibrati nel rispondere ai propri colleghi senza applicare un tipo di reattività controproducente, ma accogliendo più consapevolmente le prospettive altrui e le eventuali imperfezioni, così promuovendo dei vantaggi in contesti di team building, team working, e di gestione dei conflitti (Giluk, 2010). L’affinamento delle doti comunicative portano a delle relazioni interpersonali positive e questo, secondo alcuni studi (Ganster et al., 2002), è una determinante critica di una ottima funzione organizzativa.
La resilienza, capacità di sopportare le avversità, di superarle e di uscirne rinforzati, sembra una delle abilità più richieste anche nel mondo del lavoro, oltre che nella vita in generale.
Molte evidenze sperimentali dimostrano che di fronte a condizioni avverse, la tendenza all’evitamento depriva gli individui dell’opportunità di sperimentare comportamenti utili al raggiungimento degli obiettivi e della crescita professionale. Al contrario l’approccio caratterizzato da coinvolgimento e spinta all’interazione con l’ambiente, porta al benessere oltre che al raggiungimento degli obbiettivi (Urry et al., 2004). Fondamentale per quest’ultimo approccio è la capacità di resilienza di fronte alle sfide ed alle difficoltà.
La mindfulness promuove la resilienza attraverso due processi: la regolazione affettiva e la perseveranza. La capacità di distacco dalla contingenza e la riduzione degli automatismi portano la possibilità di non reagire ad un pensiero o ad un emozione, ma di accettarla per poterla regolare.
E a tal proposito Davis (2009) scrive che “La capacità di imbrigliare le emozioni positive nella vita quotidiana può essere un ingrediente chiave per la resilienza, può aiutare le persone a perseverare di fronte alle sfide, accelerare il recupero dopo le difficoltà transitorie, e a migliorare la qualità della vita a fronte di più fattori di stress cronico” (p. 62).
Ma in azienza uno degli elementi più in rilievo è proprio la performance sul compito assegnato, e i processi di mindfuness possono avere un’influenza anche su questo. Anche se meccanismi come l’accrescimento dell’autodeterminazione e della persistenza legati alla mindfulness si possono ritenere in generale positivi sulla performance, molti studi provano che l’effetto è ampiamente condizionato dal tipo di compito e dal contesto.
Dane (2010) afferma che la capacità di una profonda attenzione volta agli stimoli esterni, può essere un fattore di vantaggio in ambienti dinamici, in cui è fondamentale la consapevolezza di un ampio range di stimoli, come può essere un contesto produttivo, ad esempio nel settore dell’automotive, in cui è importante che il meno possibile sfugga al controllo. In contesti statici come un ufficio, un’ampia attenzione rivolta agli stimoli esterni può inibire la performance a causa di una perdita di focus rispetto al compito. Herndon (2008) ha verificato tramite dei trial clinici che chi è predisposto naturalmente alla mindfulness (come misurato tramite dei test specifici) commette meno errori in compiti cognitivi (meno dimenticanze e distrazioni).
Inoltre è provato che la mindfulness, attraverso la consapevolezza rivolta ai propri stati interni, renda più semplice il riconoscimento delle euristiche (strategie di valutazione messe in campo per categorizzare facilmente gli eventi in presenza di informazioni incomplete, una sorta di scorciatoie cognitive), e quindi porti a processi di decision making più efficaci (Hammond et al., 2006).
Gli automatismi, nell’ esecuzione di compiti, possono essere essenziali per un rapido processamento degli stimoli, e quindi il raggiungimento del risultato, la funzionalità della mindfulness in questo caso, non sta nell’evitare l’automatismo, ma nel direzionare l’attenzione sullo stimolo ambientale più utile, attenzione che a volte “automaticamente” sarebbe rivolta ad altro.
Per ora mi fermo qui, contenta di aver condiviso con voi questo approfondimento, a cui potrebbero seguire degli altri…Potrebbe essere interessante entrare nel merito di come concretamente la mindfulness si applica e si implementa, con un focus nello specifico nell’ambito dello stress lavoro correlato. Vi lascio con questo spunto intendendo il costrutto come una strada per migliorarsi, dando il giusto valore al presente ed ai piccoli gesti che ospita, per poter essere liberi nella più profonda consapevolezza..
“ Stare attenti vuol dire vivere nel momento presente, non essere imprigionati nel passato e nemmeno anticipare eventi futuri che potrebbero non accadere. Allorché siamo pienamente coscienti del momento presente, la vita si trasforma e l’ansia e lo stress scompaiono. Gran parte della vita se ne va nella febbrile anticipazione delle cose da fare e nella conseguente sospensione d’animo. Dovremmo imparare a fare un passo indietro nella liberta’ e possibilita’ del presente”.
Bede Griffiths

7 Comments Add yours

  1. Alla fine della lettura di questo post la mia curiosità mi porta a chiedere come ci si possa avvicinare o approcciare alla mindfulness nella vita di tutti i giorni, nel proprio posto di lavoro, nei momenti di tempo libero dove magari i pensieri e le riflessioni possono avere libero sfogo. La presenza mentale o meglio la consapevolezza dei propri gesti, dei propri pensieri e delle proprie motivazioni a persistere lungo una strada che si è prefissati è sempre stata un cardine nella mia vita. L’analisi continua per una ricerca sempre maggiore della propria forza d’animo per insistere e non venire abbattuti dalle condizioni esterne, a volte contrastanti a volte prive di stimolo, ha avuto uno spazio preponderante nel mio cammino, cercando di deviare “pensieri contingenti” per avere sempre una visione nitida del percorso intrapreso. La lotta che ne deriva interiormente è come una sfida che ci si pone di vincere “tra le quattro mura di se stessi” per poi essere determinati oltrepassando l’uscio e incontrando così l’esterno e tutti gli input da immagazzinare e digerire come output per trovare continue nuove strade da percorrere. La mindfulness si pone, da quanto ho potuto capire, l’obiettivo di ridurre il contrasto tra gli eventi della vita e le emozioni che essi creano e che inevitabilmente possono modificare il percorso stesso scelto in precedenza. In campo lavorativo accedere a questo metodo potrebbe migliorare i rapporti e le prospettive dei lavoratori nel quadro aziendale in cui si è inseriti? Cioè potrebbe migliorare la percezione della vita lavorativa che si ha all’interno di un microcosmo come un luogo di lavoro? La mia curiosità nasce proprio dalla certezza che la consapevolezza delle azioni intraprese e degli obiettivi da raggiungere non sia sempre focalizzato in ogni lavoratore e in ogni lavoro perchè magari quel lavoro lo si fa per poco tempo, lo si fa senza le condizioni ottimali, o lo si fa perchè lo si vive come un momento di passaggio e non un momento di percorso del proprio percorso lavorativo. Ciò che scrivo non è riferito alla mia condizione ma alla condizione percepita in persone a me vicine o che in passato ho incontrato e con cui ho lavorato. Avere la consapevolezza oggi è quasi un lusso perchè gli input esterni sono talmente fuorvianti e destabilizzanti in molte occasioni che tenere il timone dritto sempre lo si pone quasi come un nuovo obiettivo del proprio percorso. Il valore che si da a se stessi o che la società da ad ognuno è molto relativa ed è influenzata da troppi dati che disorientano molte volte, come se la bussola che si sta seguendo per il proprio percorso sia investita da un campo elettromagnetico e d’un tratto la strada non sia così lineare come la si vedeva prima, a monte del percorso scelto.
    Qui entra molte volte il concetto di Speranza che il fondatore di questo sito ha più volte lanciato come esca per invogliare i lettori a non mollare, a non perdersi d’animo e a rincorrere sempre i propri sogni, le proprie evoluzioni personali. E da qui, leggendo, commentando, riflettendo, ho anche appreso e trovato spunti. Forse ho dato una spinta alla mia resilienza, o forse l’ho messa sull’attenti per non perdersi. Di sicuro ho affinato la mia curiosità nel capire come incastonare questi concetti via via qui messi al centro della discussione nel mondo del lavoro di oggi dalla posizione di semplice lavoratore curioso di capire i flussi e le influenze per migliorare il mondo del lavoro.
    Solo per sorridere un pò aggiungo che la lettura, accostando in modo ovviamente non consono all’argomento, mi ha ricordato la storia di Cosimo, il protagonista de Il barone rampante di Calvino in cui si decide di vedere la vita da un’altro punto di vista, da un albero e lo si fa interagendo con la vita stessa modificando gli eventi anche di chi vive con i piedi per terra e la si vive con resilienza ,consapevolezza e determinazione della scelta fatta, anche se una scelta fuori dall’ordinarietà.
    Mi chiedo se la mindfulness possa essere la mongolfiera del mondo del lavoro per volare verso nuovi orizzonti con le condizioni che ogni esistenza decide di attuare…

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    1. Prima di tutto ringrazio davvero tutti coloro che hanno commentato per il tempo che mi hanno dedicato e la possibilità che mi danno di condividere il loro pensiero.
      Risponderò ad ognuno singolarmente.

      A Simone vorrei rimandare quanto sia apprezzabile la sua tenacia e spinta a non rinunciare ai suoi sogni per quanto a volte la vita renda questo molto complesso.
      Leggendo quindi mi ha colpito un tema che sembra molto presente: quello della lotta, sia interiore che rispetto all’esterno “La lotta che ne deriva interiormente è come una sfida che ci si pone di vincere “tra le quattro mura di se stessi” per poi essere determinati oltrepassando l’uscio e incontrando così l’esterno e tutti gli input da immagazzinare e digerire come output per trovare continue nuove strade da percorrere.” (cit.).
      Per quanto questo sia un inno alla forza d’animo, a volte, a lungo andare, potrebbe risultare molto faticoso da seguire…
      La mindfulness propone un approccio un po’ alternativo rispetto a questo.
      In sostanza, vuole portare a distinguere le interpretazioni dei fatti dai fatti stessi. Faccio un esempio riprendendolo dal libro di Gibbons “Cognitive Mindfulness Workbook” (2011).
      Immagina due persone sedute sullo stesso aereo che affronta improvvisamente una forte turbolenza. Una persona pensa: “Oh mio Dio, questa turbolenza è spaventosa, mi chiedo se quest’aereo sia abbastanza robusto da rimanere in equilibrio, cosa accadrebbe se non lo fosse… Quante volte si sente dire che gli aerei cadono per degli errori di costruzione… Potrebbe star accadendo adesso… Non posso sopportarlo…” Come pensi che questa persona si possa sentire in quel momento… Ansiosa, spaventata, e probabilmente se potesse fuggirebbe in quel momento dall’aereo…ma non può farlo, quindi non può che vivere male il momento.
      Passiamo al secondo passeggero. Appena la turbolenza inizia, pensa tra sé e sé: “Le turbolenze sono abbastanza comuni per voli come questo, in effetti gli aerei sono disegnati per affrontarle, ed i piloti sono istruiti per fronteggiarle. Le turbolenze raramente portano ad un incidente, quindi, penso che tornerò a leggere il mio libro.”
      Come si sentirà questa persona? Un po’ più tranquilla della prima forse, e meno preoccupata per momento di incertezza che sta vivendo.
      Qui il punto non è aprire un dibattito sulla sicurezza garantita nel traffico aereo, o sulle statistiche rispetto agli incidenti, (spero di non starmi rivolgendo ad un pubblico esperto) , non è questo il punto perché entrambi i viaggiatori potrebbero avere ragione.. il punto è che quello che rende il primo passeggero ansioso ed il secondo più tranquillo, non è la turbolenza, ma è l’interpretazione che se ne fa. Se il fatto fosse la turbolenza in sé, perché le due persone reagirebbero in modi così diversi?
      Quello che si attiva in entrambi è un tipo di pensiero detto automatico, di cui non ci rendiamo conto, semplicemente accade, ed influenza il modo di vivere i momenti.
      La mindfulness non si propone di lottare contro questi pensieri, di cambiarli, di dar loro un giudizio negativo e così via, ma propone quella famosa consapevolezza di cui si parlava in precedenza, per cui l’individuo si rende conto del fatto che quello che lo rende ad esempio ansioso è un’interpretazione del fatto, non è necessariamente la realtà. Una volta giunto a questo non può fare altro che accettare questo suo vissuto, senza giudicarlo, senza respingerlo, ma guardandolo benevolmente come la sua interpretazione del fatto che sta vivendo. Lottare contro quel pensiero non farebbe altro che accentuare uno stato di conflitto interiore che poco ha a che fare con il benessere. Creare questo momento di sospensione di giudizio, forse potrebbe dargli modo di guardarsi intorno e vedere delle alternative di azione a cui magari prima preso “dall’automaticità” del pensiero, non avrebbe fatto caso. In questo caso potrebbe chiedere all’hostess qualche informazione in più, o respirare profondamente aspettando che la turbolenza passi, o chiedere al passeggero affianco che libro sta leggendo!
      Chissà, magari si scopre che il libro sia proprio quel Barone Rampante che un giorno decise di vivere la vita da un altro punto di vista, e di sostenere fino in fondo la sua idea.
      In questo caso a muovere Cosimo verso il suo nuovo modo di vivere, non è un atto di mindfulness, ma di ribellione, che non può venire da un momento di sospensione di giudizio.
      Ma la mindfulness potrebbe essere un altro modo per arrivare all’idea di un cambiamento, attraverso quel momento di libertà dai meccanismi mentali consolidati, che rende possibile la creazione dell’alternativa.
      Spero di aver chiarito qualche dubbio, o di almeno di aver fatto nascere qualche curiosità.
      Ringraziandoti per il tuo contributo, ti saluto e ti faccio i migliori auguri per una vita più “libera” possibile.
      Grazia De Benedictis

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  2. Adele scrive:

    Se la mindfulness ha la finalità di maturare nell’individuo una reale consapevolezza di sé e di quello che lo circonda sarebbe una scoperta rivoluzionaria in molti campi. Io non ne so assolutamente nulla di tutto ciò, non ho fatto questo tipo di studi, ma son felice di seguire questo blog ancor di più se riesce ad aprirmi varchi di pensiero che non mi appartengono. Per cui non me ne voglia l’autrice ma visto che ho molti dubbi li esprimo senza peli sulla lingua. Non vedo come il distacco di sé da eventi, esperienze, pensieri ed emozioni possa realmente aiutare la consapevolezza di sé se noi siamo quelle esperienze, quei pensieri e quelle emozioni ed io non voglio essere nessun’altro se non me stessa con la mia esperienza, con ciò che penso e con ciò che provo, seppur nell’inevitabile cambiamento ed evoluzione di me e in me di emozioni e pensieri rispetto a ciò che mi circonda e che mi capita. Forse non mi son spiegata granché bene. Cos’è la mindfulness? Un sorta di buon adattamento, un pensa e guarda positivo assumendo il giusto distacco da tutto così da non rimanerne bruciati quando le cose non vanno bene? E’ questo che mi viene da pensare leggendo. Sarà che spesso è proprio dalle mie ceneri che rinasco fenice e felice. Ancor più mi capita nel lavoro, che quando le cose vanno male, cerco di trarre forza proprio dalla mia debolezza e ciò mi fortifica e mi rende più forte e produttiva di prima. Diminuire la tendenza a rimuginare sugli eventi? Perché mai? Se sono proprio quelli che hanno portato a una determinata situazione, dimenticarli sarebbe come negare un’evoluzione degli stessi e un’evoluzione di sé stessi. Migliorare l’empatia, la flessibilità di pensiero, la regolazione affettiva, l’autodeterminazione e la resistenza nel perseguire gli obbiettivi? Non c’è a mio parere un metodo, un costrutto, una formula a poter migliorare tutto ciò, perché tutto ciò dipende dalle condizioni psicofisiche in cui si trova l’individuo sia con se stesso che col mondo e o l’ambiente a cui risponde e col quale interagisce. Credo che la consapevolezza di sé sia solo uno dei tanti aspetti che porti a tutto ciò. Regolazione affettiva e capacità di distacco dalle contingenze? Perché mai distaccarsene? Perché mai dovrei non reagire a un pensiero o a un’emozione? Direzionare l’attenzione sullo stimolo ambientale più utile? Ma dico: stiamo scherzando? Non siamo mica macchine? Dove sono le scelte del cuore? Dove sono le scelte del corpo e della pelle? Dov’è la mia attenzione che “autonomamente” sarebbe rivolta ad altro? Dov’è il mio istinto che seppur sbagliando mi fa agire e vivere alla mia maniera? in quel modo così personale che è solo e soltanto mio e che mi fa essere unica? Credo che i metodi e i costrutti e le formule e tutti i “modi per” creino uniformità e poca originalità. La vera resilienza è la capacità di sopportare le avversità e di superarle senza stratagemmi o costrutti di buonismo ma con reali risposte a cui seguono azioni reali che dipendono solo ed esclusivamente da me, a volte anche dai miei errori, distrazioni ed egoismi. Dove sarebbe quel sii vero con te stesso se no? Non posso mai prescindere da quello che sono, che provo e che penso, e dico mai, neanche per sentirmi meglio.

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    1. Cara Adele, inizio col dirti che trovo molto bello il tuo modo di rispondere “di pancia”.
      Leggendo il tuo commento sento tanta energia nell’affermare il valore dell’essere sé stessi, e rispetto a questo percepisco grande affinità, non solo con me, ma anche rispetto al costrutto della mindfulness, ritengo quindi opportuno aggiungere qualche chiarimento.
      Prima di tutto il senso che ha parlare di questo è di dare a chi legge uno spunto di riflessione su un modo alternativo di vivere i processi di pensiero, tenendo presente che la mindfulness ha come fine ultimo il benessere globale dell’individuo, e non è un insieme di regole da seguire.

      Tutti, come affermi tu, siamo frutto delle nostre emozioni, percezioni, reazioni e insomma della nostra storia, questo bagaglio non può che essere il punto di partenza di tutto. Gli psicologi cognitivi hanno riconosciuto alcune strategie che adottiamo soprattutto in presenza di una situazione in cui sono disponibili poche informazioni, ne elencherò alcuni che entrano a far parte dei nostri Core Beliefs (Credenze centrali, Beck, 1995), pensieri e credenze che sono di base per le caratteristiche della nostra personalità e dei nostri modi soliti di interpretare la realtà:
      – Pensiero tutto o niente: vedere tutto “bianco o nero”, cioè ad esempio dopo un errore, convincersi che nel futuro sarà sempre così, che non si è capaci di fare altrimenti. Oppure dopo un successo attivare meccanismi di ottimismo irrealistico (Cicognani, 1999) per cui non si tiene più in considerazione alcuna possibilità di vulnerabilità adottando un tipo di pensiero semplicistico.
      – Lettura di mente: accade quando sono convinta di sapere quello che la gente pensa di me e quello che si aspetta da me, basandomi solo sulle mie supposizioni.
      – Squalificare il positivo: focalizzarsi su ciò che c’è di negativo, dando poco peso a quello che c è di positivo. Questo porta di solito a sentirsi in colpa.
      – Valutazione di sé e degli altri: tendenza a creare dei giudizi totalizzanti su sè o sull’altro basandosi su un comportamento. Il giudizio va al comportamento non alla persona nella sua globalità.
      – Catastrofizzare: tendenza a prendere in considerazione la peggiore cosa che potrebbe accadere e sentirla come un evento ad alta probabilità, non semplicemente come una delle possibilità.
      Nessuno può dire che questi siano giusti o sbagliati, si può però dire che possono allontanare dalla realtà, e forse creare malessere in chi li vive.
      Quello che si propone la mindfulness non è giudicarli e respingerli, anzi, riconoscerli ed accettarli benevolmente.
      Riporto un esempio di Gibbons (2011): di fronte ad un pensiero tipo “Ho sbagliato tutto nella vita”, spontaneamente potrebbe scatenarsi la reazione “E’ terribile, non è questo che devo pensare, devo sbarazzarmi di questo pensiero perché mi fa male!”. Questa reazione così fortemente negativa di solito porta a creare un ulteriore disturbo interno da gestire. Ci sono a questo punto due vie, una che prova a confutare questo pensiero smontando le convinzioni che ci sono alla base, un altro, quello di cui stiamo parlando, che propone di osservare semplicemente questo pensiero permettendogli di esistere, senza reagire immediatamente contro o pro.
      Quello che la mindfulness suggerisce è di sentirsi davvero liberi di essere sé stessi, senza l’ansia di dover dimostrare di essere giusti o sbagliati secondo dei criteri. Spesso è proprio da questo giudizio costante che scaturiscono tante frustrazioni, senso di inadeguatezza, l’idea di non essere sufficienti rispetto a quello che si dovrebbe essere. Cos’è la mindfulness…? “Un sorta di buon adattamento, un pensa e guarda positivo assumendo il giusto distacco da tutto così da non rimanerne bruciati quando le cose non vanno bene?” (cit.) No. E’ riconoscere qual è il concetto per cui ci sentiamo o no “ben adattati” o mal-adattati, qual è il risultato per cui non ci sentiamo sufficienti, ed una volta compreso, l’idea della mindfulness è che lo riusciamo a considerare nella sua vera essenza: un risultato atteso, un insieme di pensieri costruiti e fissi là da qualche parte nella nostra mente che ci guidano quando non ce ne accorgiamo, che ci fanno arrossire quando ci sentiamo “inadeguati”, che di fronte ad un capo ci bloccano quando pensiamo che lui abbia una cattiva opinione di noi, che non ci fanno tentare e proporre una nuova idea durante una riunione perché da qualche parte una vocina ci dice che non verrà mai accettata, che dopo aver visto un collega andar via sbattendo la porta ci fa decidere di stargli alla larga perché ormai lo consideriamo una persona scontrosa e maleducata, quando in realtà quella era solo una normale reazione dopo una pessima notizia, ma come potevamo saperlo… La mindfulness invece porta a questo, alla consapevolezza che il nostro modo di leggere la realtà, non è la realtà stessa, e che quindi intorno a noi ci potrebbero essere delle possibilità e delle sfumature che non vediamo.
      Poi, “Dove sono le scelte del cuore? Dove sono le scelte del corpo e della pelle?” E’ una bella domanda… E’ proprio da questo che parte il mindfulness training: dal corpo, dalla pelle… Dal fatto che aldilà di tutti i meccanismi che possiamo aver alimentato nella nostra vita, abbiamo una sola via per tornare all’essenziale, concentrarsi sull’unica cosa che è reale, il corpo. Nel presente in cui esso sta vivendo. Nello spazio che sta occupando. Il corpo per la mindfulness è un àncora che ha il potere di portarci nel presente al di fuori dei nostri pensieri perché non è contaminato da nessuno di essi essendo carne e ossa.
      Ma di questo ne parleremo in seguito. Quello che ci terrei a sottolineare qui è che la mindfulness non è la ricerca del cinico distacco dalle emozioni, ma è l’accettazione di queste, dalla più positiva alla più “originale”, nella consapevolezza che fanno parte di noi, della parte di realtà che ci costruiamo, che quindi 1 non c’è bisogno di lottare contro di loro, 2 esiste probabilmente la possibilità di altri punti di vista, da considerare o no.

      Tanto per riprendere una metafora letteraria, la mindfulness mi fa pensare a “Il treno ha fischiato” una novella di Luigi Pirandello. Il protagonista, il ragionier Belluca, è un impiegato obbediente, un contabile mansueto e preciso che viveva affannandosi “assorto nel tormento di quella sciagurata esistenza, tutto il giorno nei conti del suo ufficio, senza mai un momento di respiro, come una bestia bendata, aggiogata (…) s’era dimenticato da anni e anni – ma proprio dimenticato – che il mondo esisteva.” “Circoscritto… sì, chi l’aveva definito così? Uno dei suoi compagni d’ufficio. Circoscritto, povero Belluca, entro i limiti angustissimi della sua arida mansione di computista, senz’altra memoria che non fosse di partite aperte, di partite semplici o doppie o di storno, e di defalchi e prelevamenti e impostazioni; note, libri mastri, partitarii, stracciafogli e via dicendo. Casellario ambulante: o piuttosto, vecchio somaro, che tirava zitto zitto, sempre d’un passo, sempre per la stessa strada la carretta, con tanto di paraocchi.” Un bel giorno però mentre tornava a casa sentì il fischio di un treno e all’improvviso questo gli fece scattare qualcosa, vide l’alternativa, sentì la libertà di essere se stesso, perché si rese conto dell’alienazione in cui era. Questo gli dette un’energia tutta nuova ed iniziò a comportarsi in modo insolito …“Pareva che il viso, tutt’a un tratto, gli si fosse allargato. Pareva che i paraocchi gli fossero tutt’a un tratto caduti, e gli si fosse scoperto, spalancato d’improvviso all’intorno lo spettacolo della vita. Pareva che gli orecchi tutt’a un tratto gli si fossero sturati e percepissero per la prima volta voci, suoni non avvertiti mai.” “Il fischio di quel treno gli aveva squarciato e portato via d’un tratto la miseria di tutte quelle sue orribili angustie, e quasi da un sepolcro scoperchiato s’era ritrovato a spaziare anelante nel vuoto arioso del mondo che gli si spalancava enorme tutt’intorno…” Semplicemente aveva una nuova consapevolezza, e questo gli permetteva di vedere la possibilità di un mondo che fino ad allora, chiuso nei suoi processi mentali, non vedeva. Questo è il proposito della mindfulness.
      Spero di aver chiarito qualche dubbio e … buon fischio del treno.
      Grazia De Benedictis

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  3. dadepalma scrive:

    È strano da dire, ma questo è il mio primo commento, e devo ammettere che fa un certo effetto… perciò perdonate questo “novizio”😉

    Devo dire che la Mindfulness mi ha sempre affascinato, l’idea che si possa raggiungere una certa consapevolezza “di qualsiasi stimolo più o meno piacevole, sia interno (pensieri, sensazioni fisiche), che esterno” insomma dei propri pensieri, delle proprie azioni e delle proprie motivazioni e devo dire che tutto ciò ha il suo fascino… C’è una locuzione latina Hic et nunc, che mi pare molto adatta per descrivere la Mindfulness ma che mi permette di ricordare quello che Ernst Jünger, ne il Trattato del ribelle, scriveva ad un certo punto “Il motto del Ribelle è: “Hic et nunc ” – essendo il Ribelle uomo d’azione, azione libera ed indipendente. Abbiamo constatato che questa tipologia può comprendere solo una frazione delle masse, e tuttavia è qui che si forma la piccola èlite capace di resistere all’automatismo e di far fallire l’esercizio della forza bruta. È l’antica libertà in veste moderna: la libertà sostanziale, elementare, che si ridesta nei popoli sani ogniqualvolta la tirannide dei partiti o dei conquistatori stranieri opprime il paese. Non è una libertà che si limita a protestare o emigrare: è una libertà decisa alla lotta.” Scrivo questo tratto per due semplici motivi uno perché nel leggere lo scritto di Grazia son rimasto di sasso nel leggere
    “Gli automatismi, nell’ esecuzione di compiti, possono essere essenziali per un rapido processamento degli stimoli, e quindi il raggiungimento del risultato, la funzionalità della mindfulness in questo caso, non sta nell’evitare l’automatismo, ma nel direzionare l’attenzione sullo stimolo ambientale più utile, attenzione che a volte “automaticamente” sarebbe rivolta ad altro.”
    Il secondo motivo è che se ci pensate bene il motto del ribelle di Jünger e il suo automatismo ricordano tanto la mindfulness proposta da Grazia… perchè o cmq questa è l’idea che mi son fatto io, si arriva ad alla consapevolezza attraverso una lotta…. sia chiaro son perfettamente consapevole che l’automatismo non è utilizzato in chiave fordista ma in quella chiave psicologica che vede atti compiuti senza la reale partecipazione della coscienza e della volontà. A me però l’automatismo ricorda sempre un movimento culturale figlio del Dadaismo, che nel suo manifesto scriveva a proposito dell’automatismo che l’ “Automatismo psichico puro, attraverso il quale ci si propone di esprimere, con le parole o la scrittura o in altro modo, il reale funzionamento del pensiero. Comando del pensiero, in assenza di qualsiasi controllo esercitato dalla ragione, al di fuori di ogni preoccupazione estetica e morale.”
    Era il 1929 e quel movimento era il surrealismo

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  4. Giacomo scrive:

    L’interessante contributo mi ha fatto tornare alla memoria una dicotomia ricorrente in una certa fenomenologia di matrice cattolica, che distingue fra “atto” e “attivazione”. L’atto sarebbe volontario e corrisponderebbe all’autodeterminazione della persona. L’attivazione, al contrario, inerisce a tutto ciò che “accade” nell’uomo, sia al livello somatico-vegetativo che psico-emotivo.
    Si tratta di una distinzione netta, forse troppo semplicistica, che non a caso si richiama al riduzionismo realista. Ma è chiaro quanto sia importante una distinzione di tal genere per la filosofia cattolica. Uno schema di questo genere permette di distinguere ciò di cui siamo responsabili da ciò che non dipende da noi. Lo schema permette una comoda sistematizzazione di tutto ciò che appartiene al dinamismo dell’uomo, anche per quanto riguarda il profilo morale.
    Il problema della responsabilità è fondamentale anche nel diritto, e la discussione sull’imputabilità di un’azione è alla base di una grossa fetta della filosofia del diritto, per ovvie ragioni.
    Ora, mi chiedo: tale riduzionismo è utile per l’uomo? O, meglio: le relazioni comunitarie traggono dei vantaggi da uno schematismo di tale specie?
    Cerco di essere più chiaro. Distinguere ciò che rientra nella nostra responsabilità da ciò che ne è fuori è certamente fondamentale per una quantità di ragioni che è difficile elencare. Da ciò la quantità di settori in cui queste discussioni trovano riscontro.
    Ma un riduzionismo troppo accentuato rischia di fossilizzarsi sul primato assoluto della razionalità, includendovi tutto ciò che rientra nel nostro controllo, senza considerare che ogni nostro atto, anche il più “razionale”, è in realtà esposto ad un ambito storico, ad una certa cultura, a certe categorie di pensiero, di formazione ecc. Ciò che è “volontario”, è già sempre “in-volontariamente” condizionato da ciò che è fuori di noi, nello spazio e nel tempo. Cosa resta nelle nostre mani? Siamo davvero così padroni di noi stessi? Io penso che al di fuori di tale esposizione, di tale costitutiva dipendenza, resti ben poco. Nel senso che il soggetto razionale, sovrano, è già di per sé un soggetto astratto e disincarnato, e una visione di tal genere rischia di votarsi ingenuamente all’inconsapevolezza. Penso allora che la sfida sia proprio nell’assumere la nostra storicità, che rende la razionalità qualcosa di mai de-finito, sempre da ricercare, fra le maglie della storia.

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  5. erica scrive:

    Non mi capita mai di fare commenti sui blog che leggo, ma in questo caso faccio un’eccezione, perche’ il blog merita davvero e voglio scriverlo a chiare lettere.

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