Das HumanKapital incontra Valerio Eletti


Valerio Eletti è il direttore scientifico del Complexity Education Project dell’Università Sapienza di Roma; nella stessa università tra l’altro è stato direttore scientifico del laboratorio di e-learning Label Cattid (dal 2006), professore incaricato di progettazione ed editoria multimediale (dal 1998 al 2012), e direttore del Master IELM in International e-Learning Management, in partnership con la Nova Southeastern University di Miami. È laureato in Fisica e giornalista professionista (ha lavorato nei settori cultura alle Edizioni la Repubblica, a RadioTre Rai, a L’Espresso, a Giunti Multimedia). È autore di molti testi di divulgazione scientifica, tra cui il “Manuale di Editoria multimediale” (Laterza 2003, 3 edizioni), “Che cos’è l’e-learning” (Carocci 2002, 6 edizioni) e il recente “Complessità, cambiamento, comunicazioni. Dai social network al Web 3.0” (Guaraldi 2012).

Davide de Palma: Che cos’è il Complexity Education Project?

Valerio Eletti: Si tratta di un gruppo di ricerca che si pone l’obiettivo di diffondere anche in Italia il pensiero complesso: in questa nostra società sempre più globalizzata e complessa, un atteggiamento lineare e riduzionistico dei problemi porta danni enormi in politica, in economia e nella vita di tutti i giorni. La complexity education (formare alla complessità utilizzando metodi a loro volta complessi, non lineari) è ampiamente finanziata e valorizzata in molti paesi del mondo Occidentale (in primis in Francia), per sensibilizzare in particolare la dirigenza a un approccio sistemico ai problemi di gestione e amministrazione di enti privati e pubblici.

Davide de Palma: quindi che cos’è la complessità in ambito lavorativo?

Valerio Eletti: Basta guardare l’impennata della mortalità delle imprese e la riduzione drastica della loro vita media negli ultimi dieci anni per capire che c’è qualcosa di profondamente sbagliato in una dirigenza che opera ancora in maniera rigida, verticale, senza valorizzare i segnali che vengono dal basso e dall’esterno: approccio complesso sul lavoro significa la capacità di utilizzare un insieme di nuovi strumenti gestionali e dirigenziali che vadano oltre il rigido dirigismo per attivare processi bottom-up e sistemi si auto-organizzazione in grado di affrontare le turbolenze e gli sconvolgimenti che vediamo accadere tutti i giorni nel mercato internazionale e nelle politiche nazionali.

Davide de Palma: Quali sono le caratteristiche dei sistemi complessi?

Valerio Eletti: Prima di tutto bisogna saper distinguere tra complicato e complesso: un problema, un sistema, un processo, un contesto, un’azione si possono definire complicati quando è possibile smontarli nelle loro componenti (come si smonta e si rimonta un orologio o un motore) e, analizzando o “riparando” ciascun elemento, arrivare alla soluzione del problema, individuando cause ed effetti in maniera certa, determinata. Complesso è invece tutto ciò che (etimologicamente) “è tessuto insieme”, per cui se lo si smonta e se ne analizzano i pezzi, si perde la qualità emergente dal fatto che quei pezzi sono in interazione tra di loro: per esempio, se studio i singoli componenti di uno stormo di uccelli, non potrò mai nemmeno immaginare che nel loro insieme, grazie a piccole e semplici leggi locali d’interazione reciproca, lo stormo farà emergere figure fantastiche nel cielo. Una delle caratteristiche chiave di un sistema complesso è dunque la perdita del principio di causa-effetto (il battito d’ali della farfalla in Amazzonia che “provoca” il tornado di mesi dopo in New England). L’obiettivo in un sistema complesso non può mai essere quello di dirigere l’insieme o di prevederne le mosse: bisogna avvicinarsi agli ambienti complessi con la consapevolezza che qualunque azione ha effetti non prevedibili (se non all’interno di pattern individuabili), spesso lontani nel tempo e nello spazio.

Davide de Palma: In sostanza lei ci invita a vedere nella complessità una chiave d’interpretazione della nuova era del lavoro?

Valerio Eletti: Non solo. Bisogna partire dalla consapevolezza che tutto quanto è biologico e sociale non ubbidisce alle leggi newtoniane (linearità, principio del terzo non dato e della causalità, possibilità di affrontare un problema riducendolo nelle sue componenti, ecc) ma ubbidisce alle vere e proprie leggi (non ancora tutte chiare) che sottendono i comportamenti, le proprietà, le caratteristiche di quegli insiemi di elementi numerosi e interagenti fra di loro che chiamiamo sistemi complessi adattativi o auto-poietici (in cui pur cambiando gli elementi si mantiene ciò che chiamiamo individualità dell’insieme, come noi uomini che cambiamo tutte le nostre cellule ogni sei o sette anni ma che continuiamo a percepirci come lo stesso “io”). Tutto ciò è sempre stato presente nel mondo del lavoro, ma è emerso con forza solo con la globalizzazione e l’entrata in gioco dell’informazione e della conoscenza come leve del successo delle imprese, che da anni non sono più basate soltanto sul binomio capitale+manodopera.

Davide de Palma: quindi stiamo andando verso un management della complessità?

Valerio Eletti: Decisamente sì. Ma non nel senso che esiste un preciso comportamento ottimale nella direzione dell’impresa e nel processo decisionale, ma che il dirigente deve capire che la realtà non è rigida, non è prevedibile, non è prescrivibile, ma va affrontata con l’umiltà e con gli strumenti della consapevolezza di trovarsi al timone di un insieme che ha sue volontà interne, che è vivo, che reagisce in maniera spesso imprevedibile e soprattutto che ha punti di vista dal basso che vanno conosciuti per estrarne conoscenza tacita e quindi misure e modelli e tendenze da valorizzare.

Davide de Palma: Professore, ma non crede che parlare di management della complessità, oggi si tratti solo di un tema ancora troppo astratto?

Valerio Eletti: Al contrario, è molto, molto concreto: lo dimostrano le migliaia di fallimenti di imprese dovuti a un management rigido, vecchio, determinista e riduzionista. Se ne trovano esempi a decine nei tanti volumi pubblicati negli ultimi anni: qui in Italia tra i più noti e diffusi ci sono vari libri di De Toni e di Cravera, di Gandolfi e di Simoncini-DeSimone, di Barile e Antonucci, oltre a riviste di settore come Riflessioni sistemiche o Dedalo.

Davide de Palma: Management della complessità in un’ottica di ripensamento dei valori aziendali? Quanto in tutto questo è importante la formazione?

Valerio Eletti: La formazione alla complessità è una chiave senza la quale l’intero sistema-paese rischia di collassare a causa di gestioni fuori fuoco, lontane dalla realtà della globalizzazione, residui di un mondo industriale che non esiste più. Lo dimostra, come dicevo, l’ingente quantità di finanziamenti che dedica a questo tipo di formazione il Governo francese, attento alla sensibilizzazione dei dirigenti alla complessità da più di dieci anni. Da noi ci sono begli esempi di eccellenze, ma si tratta d’iniziative locali, isolate, legate alla contingenza della presenza di una persona illuminata nel board di una società o di un ente. Proprio per questo, per far conoscere le esperienze in corso e per mettere in contatto le iniziative migliori, nel 2008 è nato il Complexity Education Project, che tra l’altro già un paio di anni fa ha iniziato a tenere seminari a dottorandi di ingegneria e di scienze della comunicazione, oltre che a dirigenti della Pubblica Amministrazione, presso il Ministero dello Sviluppo Economico, nella sede dell’Iscom, il loro Istituto Superiore delle Comunicazioni e delle Tecnologie dell’Informazione.

Davide de Palma: Professore, lei è considerato uno dei massimi esperti italiani di e-learning, secondo lei quali sono i limiti della formazione e-learning nel mondo aziendale? 

Valerio Eletti: Il principale limite è dovuto ala presenza di “apocalittici e di integrati” nel mondo della formazione aziendale: ci sono cioè coloro che rifiutano a priori la formazione on line e quelli che la inserirebbero dovunque, sostituendo completamente la formazione tradizionale. Errore grossolano in entrambi i casi: l’e-learning (che di per sé è un termine ombrello, che comprende decine di modelli e strumenti diversissimi tra loro) non è altro che un deciso e potente fattore di ampliamento della cassetta degli attrezzi dei docenti. Il formatore preparato sa che cosa offrono i vari tipi di e-learning (dall’autoapprendimento interattivo e/o multimediale, all’apprendimento collaborativo in rete, fino al learning by doing, ai business games e alle simulazioni immersive) e usa la formazione in aula, quella on line, i laboratori, i progetti condivisi, le aule virtuali e quant’altro preparando il migliore mix di metodologie in base agli obiettivi che deve raggiungere, al tempo e al budget che ha a disposizione per raggiungerli e soprattutto al tipo di utenti che deve formare, alla loro dispersione sul territorio e allo loro omogeneità e motivazione.

Davide de Palma: Pensa che progettare piani di formazione con una metodologia come il blended learning possa essere una “nuova frontiera” per le aziende?

Valerio Eletti: La formazione non può non essere blended, per i motivi che abbiamo appena visto: il formatore, grazie al pacchetto di strumenti che l’e-learning gli fornisce, può/deve mettere a punto dei bouquet di proposte formative che diano il massimo degli effetti con il minimo dello sforzo (a questo proposito, ricordo che non esiste formazione professionale degna di questo nome senza una opportuna progettazione e messa a punto delle varie valutazioni che devono esser fatte in entrata e in uscita dal percorso formativo).

Davide de Palma: Professore tra le cose che cita più spesso, lei dice “persi nel tempo, nello spazio e nel senso”, crede che sia un modo per definire il concetto di complessità della nostra esistenza?

Valerio Eletti: E’ la citazione autoironica (è la frase finale del Rocky Horror Picture Show) ma profonda e in qualche modo disperante che sintetizza per me il nostro “esserci”: quella strana condizione che sostituisce senza ragioni a noi comprensibili il non esistere.

Davide de Palma: Il filosofo Gianni Vattimo con un’efficace battuta sul suo pensiero dice “Il pensiero debole è il pensiero dei deboli”. Crede che oggi occuparsi della gestione del capitale umano non sia occuparsi proprio dei deboli?

Valerio Eletti: Le risorse umane, è vero, spesso si trovano in condizioni di sudditanza rispetto a dirigenze che sono cresciute troppo in termini di globalità, di potere, di compensi, di privilegi; ma sono una delle tre gambe su cui si basa tutta l’economia di questo nuovo secolo: capitale, risorse umane e conoscenza. Il bello è che la conoscenza (l’informazione, il know how) possono diventare armi efficacissime in mano al capitale umano: prima o poi se ne accorgeranno e riusciranno a bloccare o almeno a ridurre drasticamente la fame dissennata e suicida di un capitale finanziario che, novello Kronos, sta divorando i propri figli.

Davide de Palma: Das Humankapital nasce dall’idea di valorizzare le donne e gli uomini che vivono le imprese, crede sia importante incamminarsi verso un nuovo umanesimo del lavoro?

Valerio Eletti Più che importante mi sembra indispensabile, soprattutto se si lavora nell’ambito della conoscenza, in un mondo globalizzato, sempre più veloce, connesso, sensibile a passaggi virali di memi di tutti i tipi.

One Comment Add yours

  1. Laura scrive:

    Riflessioni belle e interessanti, la complessità è fenomeno tutto da vivere! la dirigenza sempre più necessita di forme di consapevolezza di sè, del proprio ruolo e della realtà circostante vicine alla “saggezza”, percorso difficile non gradito a molti

    Mi piace

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