Das Humankapital incontra il prof. Riccardo Del Punta


Das Humankapital incontra il prof. Riccardo Del Punta, ordinario di Diritto del lavoro presso il Dipartimento di Scienze giuridiche dell’Università di Firenze. Autore di un’ampia produzione monografica e saggistica in tema di diritto del lavoro, e membro del Comitato scientifico delle maggiori riviste giuslavoristiche. I suoi attuali interessi di ricerca si concentrano prevalentemente sui temi della riforma e della metodologia del diritto del lavoro, anche in chiave interdisciplinare.

Davide de Palma: Professore che pensa dello Statuto dei lavoratori? Ha realmente tante criticità? 

Prof. Riccardo Del Punta: Lo Statuto dei lavoratori rimane una legge fondamentale, una pietra miliare nello sviluppo del diritto del lavoro italiano. Diverse delle sue norme sono ormai patrimonio acquisito nelle relazioni di lavoro. Ciò nonostante, risalendo al 1970, ci sarebbe da stupirsi se, per altre parti, lo Statuto non necessitasse, come in effetti necessita, di un’opera di manutenzione anche  straordinaria.

Davide de Palma: La Riforma Fornero si è detta indispensabile perché?

Prof. Riccardo Del Punta: La riforma Fornero del mercato del lavoro (legge n. 92/2012) si è resa necessaria in un momento storico, quello del governo Monti, dominato dall’emergenza finanziaria, legata soprattutto al nostro abnorme indebitamento pubblico. In tale contesto, il Governo si è trovato praticamente costretto a prendere iniziative che, in qualche modo, contrastassero alcune patologie del nostro sistema, con particolare riguardo al regime delle pensioni ed alle regole del mercato del lavoro, e rispondessero, in tal modo, anche alle attese delle istituzioni europee ed internazionali e dei mercati finanziari. La legge sul  mercato del lavoro è nata in questo contesto, ma ha cercato (se ci sia riuscita è altra questione) di fare di necessità virtù, sfruttando il piglio dell’emergenza per introdurre significative riforme in tema di contratti di lavoro flessibile, flessibilità in uscita (art. 18) e ammortizzatori sociali (dando corpo, per quest’ultimo aspetto, ad un ridisegno del sistema, che era atteso da anni, ma che nessun Governo aveva mai avuto il coraggio di intraprendere), per tacere degli interventi in altre aree.

Davide de Palma: Durante un suo intervento nel luglio del 2012 sulla riforma lei si chiedeva “Ma che cosa è lecito attendersi, in definitiva, da una riforma del mercato del lavoro?” a distanza di quasi un anno, professore crede che la Riforma Fornero vada rivista?

Prof. Riccardo Del Punta: Io credo che qualche aggiustamento sia senz’altro opportuno, alla luce dell’attuale protrarsi della fase recessiva, ma tenendo fermo l’impianto di fondo; e consta che il Governo stia per porvi mano. Ma, nel medio periodo, sarà importante, piuttosto, avviare un serio monitoraggio sugli effetti della riforma, qual è quello che il Ministero sta appena mettendo in piedi, mi risulta con serietà di intenti. Ciò, pur nella consapevolezza che nell’osservazione delle dinamiche del mercato del lavoro stabilire nessi precisi di cause e di effetti è sempre difficile.

Davide de Palma: Professore la Riforma Fornero cosa ha cambiato in materia contrattuale?

Prof. Riccardo Del Punta: Per quanto concerne i contratti di lavoro flessibili, la Riforma Fornero, perseguendo l’obiettivo di reindirizzare la domanda di lavoro, per quanto possibile, verso il contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato, ha di massima introdotto restrizioni e disincentivi vari. Ma ha anche cercato di distinguere tra uso fisiologico e abuso della flessibilità, vietando o scoraggiando, per l’appunto, il secondo, ma rendendo più facile il primo (in particolare, con l’introduzione della possibilità di stipulare un primo contratto a termine, per un massimo di dodici mesi, privo della causale giustificatrice).

Davide de Palma: ed in materia di licenziamento?

Prof. Riccardo Del Punta: A questo proposito svetta l’intervento che ha portato a modificare il regime delle conseguenze derivanti dall’accertamento giudiziale dell’illegittimità del licenziamento nelle imprese medio-grandi, qual è previsto dall’art. 18 dello Statuto dei lavoratori, una norma i cui standard protettivi (incentrati sulla reintegrazione del lavoratore nel posto di lavoro e sul risarcimento pieno dei danni dal medesimo patiti) erano molto elevati su scala europea, e che non prevedeva – in particolare – alcun massimale di costo per il datore di lavoro cui il giudice dicesse, magari dopo quattro-cinque anni, che un certo licenziamento era illegittimo. Tale norma è stata non abrogata, ma largamente riscritta, mantenendosi la tutela precedente per il solo licenziamento discriminatorio, cioè per quello più odioso, e poi prevedendosi – nei casi di licenziamenti disciplinari od economici ingiustificati, che sono quelli di gran lunga più frequenti nella pratica – l’alternativa fra una tutela pur sempre reintegratoria, ma con conseguenze economiche attenuate, e una tutela meramente economica (consistente nel pagamento al lavoratore licenziato di un’indennità compresa fra dodici e ventiquattro mensilità). La prima si applica, di massima, nei casi di licenziamenti più gravemente ingiustificati, la seconda in tutti gli altri. Ma sul discrimine fra le due, c’è attualmente un forte dibattito sia tra i commentatori che, ed è quel che più conta, tra i giudici, il che è fonte di incertezza. Si tratta di criticità riconducibili, in ultima analisi, alla matrice esasperatamente compromissoria della nuova norma.

Davide de Palma: La riforma è intervenuta anche in materia di reintegro del lavoratore sul posto di lavoro…

Prof. Riccardo Del Punta: Come dicevo poc’anzi, la novità è che nel caso di licenziamento trovato illegittimo da un giudice non è più prevista, sempre e comunque, la reintegrazione del lavoratore nel posto di lavoro, ma può essere riconosciuta anche una tutela soltanto economica, che implica che il lavoratore permane licenziato, ma può contare su una compensazione risarcitoria.

Davide de Palma: Professore che cos’è Aspi?

Prof. Riccardo Del Punta: E’, dal 1° gennaio 2013, il nuovo trattamento di disoccupazione, di massima migliorato, nella copertura e nella durata, rispetto a quello precedente (anche se la cosa dovrà essere riesaminata prima del 2017, quando dovrebbe essere abolito quell’ulteriore trattamento privilegiato di disoccupazione, che è rappresentato dall’indennità di mobilità, attribuita ai lavoratori vittime di licenziamenti collettivi).

Davide de Palma: Professore la Riforma Fornero introduce il concetto di ricollocamento, crede che oggi siano importante passare da un sistema passivo ad un sistema attivo di politiche del lavoro? In questo professioni come quella dello psicologo del lavoro e delle organizzazioni che apporto possono dare nei processi di orientamento nella ricollocazione? Non crede che tali figure vadano istituzionalizzate?

Prof. Riccardo Del Punta: Non si tratta di un principio introdotto dalla riforma in commento, ma già presente nella legislazione. Tuttavia, il ricollocamento, più che scriverlo, bisogna praticarlo, e questo è un problema non di norme, ma di efficienza organizzativa dei servizi per l’impiego. A tale proposito la Riforma aveva previsto ulteriori innovazioni, ma che sono rimaste inespresse perché la delega non è stata esercitata. Adesso il Governo dovrebbe riprendere in mano questa questione, che è veramente di importanza cruciale.

Davide de Palma: Professore non si fa che parlare e scrivere che la Riforma Fornero va rivista o modificata, secondo lei è giusta questa posizione e in cosa bisogna modificarla?

Prof. Riccardo Del Punta: Credo di aver già risposto. Posso scommettere, comunque, che non si porrà di nuovo mano all’art. 18.

Davide de Palma: Riprendendo le sue parole le chiedo “la Riforma Fornero, (ha) soltanto il corto respiro dell’urgenza, o anche qualcosa che possa servire al diritto del lavoro del futuro?

Prof. Riccardo Del Punta: Io credo che ci sia, nella Riforma, l’abbozzo di un disegno nuovo, che va oltre la dimensione dell’urgenza, ed  ha a che fare con una certa idea di riassorbimento del dualismo del mercato del lavoro, con una maggiore iniezione di flessibilità nei rapporti di lavoro standard, e nel contempo con un ridimensionamento del peso dei contratti flessibili, sui quali si sono scaricate, nello scorso quindicennio, tutte le istanze di flessibilità. Del nuovo disegno fa parte anche la già menzionata riforma degli ammortizzatori sociali. Nel complesso, pur con insufficienze e contraddizioni, si tratta di un intervento, o se vogliamo di un primo passo, che, come riconosciuto tra gli altri da Tiziano Treu, si muove nella direzione della flexicurity, promossa a livello europeo.

Davide de Palma: Professore cosa sta cambiando nel diritto del lavoro?

Prof. Riccardo Del Punta: E’ una domanda cui è impossibile rispondere in poche righe. Certamente i cambiamenti ci sono, da tempo, e sono profondi, perché il diritto del lavoro deve far fronte ad una realtà economico-sociale, in continua evoluzione, soprattutto a causa della globalizzazione. La posta in gioco è molto elevata, niente di meno che la rinegoziazione del patto sociale tra produttori, all’insegna – ma questa, ovviamente, è soltanto la mia opinione – di una piena accettazione, senza più riserve mentali, della logica capitalistica, ma ad un tempo di rigoroso contemperamento di tale logica con le istanze dell’equità e della coesione sociale.

Davide de Palma: Professore dal 1998 si parla de lo Statuto dei lavori pensa sia utile riprendere il progetto di Marco Biagi? (in Das Humankapital cliccando qui si può ritrovare la documentazione)

Prof. Riccardo Del Punta: Nell’ultima riforma sono stati introiettati molti aspetti dell’agenda pragmatica ed europea di Marco Biagi, anche se per alcuni versi c’è stata una correzione di rotta rispetto al Decreto Biagi del 2003. Il discorso sullo Statuto dei lavori, peraltro, è più complicato da svolgere, ed in questo momento non mi pare all’ordine del giorno.

Davide de Palma:  Das Humankapital nasce dall’idea di valorizzare le donne e gli uomini che vivono le imprese, crede sia importante incamminarsi verso un nuovo umanesimo del lavoro?

Prof. Riccardo Del Punta: Credo che proprio questa sia la sfida del futuro, quella cioè di accompagnare il sistema economico si sentieri di progressiva valorizzazione del capitale umano, che è la nostra più importante risorsa. Umanesimo sì, quindi, purché calato nella concretezza del mondo produttivo e senza istituire scolastiche contrapposizioni tra l’uomo economico e l’uomo senza aggettivi.

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