Il lavoro perduto e ritrovato, Davide de Palma a Ecoradio


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  1. Più volte in passato ho fatto riferimento al mondo dell’infanzia per guardare dal basso o per semplificare alcuni miei pensieri sul mondo degli adulti, sul mondo del lavoro. Le mie sensazioni e i miei approcci ad un’analisi si fermano ad un semplice parere di chi vive ogni giorno molti aspetti del mondo del lavoro ritrovandoseli inevitabilmente intersecati con le decisioni e le evoluzioni della vita. E per non smentirmi quando ho sentito l’intervista radiofonica dell’autore De Palma ho avuto un’immagine e una parola strana che mi frugava nei pensieri: Alfabeto.
    Non so se si è mai soffermati a vedere l’apprendimento dell’alfabeto da parte del bambino e dell’impegno, nel massimo degli aspetti ludici come porta d’accesso alla mente infantile, che ci si mette nell’associare in modo esatto la lettera all’oggetto, al suono, alla grafia esatta, alla ripetizione della scrittura e dell’imprimere su un foglio un segno che ha come prima differenza, dagli altri già fatti dai bambini con disegni o altro, il significato stabilito da un codice che viene dettato dall’esterno della mente del bambino. E’ l’inizio di un viaggio che non finirà più per la mente di ogni essere umano di qualsiasi punto della Terra. E’ l’inizio di un “Via! Si parte.” La lettera incisa è la lettera per comunicare un domani, per costruire un ponte sin da subito con chi ci sta insegnando, con chi ci sta seguendo per un percorso. E’ un aspetto semplice nella sua complessità ma è una testimonianza della mente umana che si collega e si fraternizza con altre menti utilizzando un codice comune per mettere insieme parole e quindi comunicazione e quindi scambio di idee e quindi piattaforma comune su cui costruire insieme. L’accettazione di questo meccanismo, forse implicito o forse ricercato inconsapevolmente, ha l’incredibilità di creare nei passi successivi le parole quindi l’individuazione di concetti base e di idee base ampliate a idee comuni per tutti. L’alfabeto è il primo rebus e contemporaneamente il primo passo per rendere i concetti, gli ideali e le idee che un bambino è pregno nella sua mente da entità vaghe come i sogni a entità concrete che sono bisogni ed espressione di essi a chi circonda e riempie l’ambiente in cui si vive. Il bambino inizia a possedere questa arma incredibile che diventa sua con amichevole forza perché l’espressione di se stessi è sempre amichevole se espone agli altri qualcosa che prima era difficile esprimere. L’alfabeto dei bambini ha un aspetto profondo della conoscenza dell’uomo, non per l’essere in se stesso un fatto quasi banalmente ripetuto da ogni bambino in età scolare ma perché porta in sé la ricerca di creare linguaggio e confronto, avere un mezzo per confrontarci e comunicare. Malinconicamente si potrebbe dire per sentirsi meno soli. Ma meglio dire gioiosamente per iniziare a crescere come persone.
    Davide ti chiederai come mai questo preambolo e queste riflessioni su un aspetto così lontano dai temi affrontati sul libro. Premetto che il libro più lo leggo più mi incuriosisce per i mille aspetti di cui si occupa. Le mille “sfumature” del mondo del lavoro sono talmente complesse che leggendo tutti questi prestigiosi studiosi/autori si può solo come un bambino stare lì ad apprendere in sapiente silenzio. Quindi lungi da me qualsiasi commento o posizione verso i testi che il libro porta in sé. Il mio commento vuole solo essere una riflessione su quanto quell’alfabeto dell’età scolare ci possa ancora accompagnare inconsciamente. Qual è l’alfabeto dei grandi? Quali lettere e quali parole si devono abbracciare per comprendere il mondo? Direi istintivamente le maggiori possibili ma forse direi anche quelle che fanno spiegare i sogni, i desideri che abbiamo e che cerchiamo attraverso l’intreccio della vita e dei suoi aspetti che il lavoro porta con sé a tutta la platea che oggi chiamiamo società, mondo aziendale, mondo dei lavoratori, mondo di persone. L’alfabeto dei grandi è fatto di sogni. quei sogni che poi ci fanno leggere parole come realizzazione, evoluzione personale, indipendenza, affermazione del proprio Io, relazione e capacità di distinguere quale ruolo si ha all’interno della società. E tu, Davide, hai dato un messaggio profondamente giusto e che dentro ognuno di noi resiste perché equivale alle parole precedentemente citate: “Abbiamo il diritto-dovere di riprenderci i nostri sogni”. Forse questo periodo storico ce li ha fatti perdere e disperatamente cerchiamo di ritrovarli perché sono la bussola per andare verso il nostro futuro. Sono in modo anacronistico e immaginario un ritorno a quell’alfabeto, all’espressione più semplice di ritrovare la volontà di esprimere i desideri che anche un bambino (sempre dentro di noi) vuole mostrare di avere agli altri. L’alfabeto di un futuro migliore, non dico utopicamente più equo ma migliore perché al centro ci si mette i nostri sogni e il modo di realizzarli. La nostra generazione ha questo tabù e tutto ciò mette un’infinita tristezza perché crea una “malattia mentale sociale” pericolosa per tutti perché basa l’andare avanti sull’insoddisfazione e non su passi in avanti sulla soddisfazione dei propri desideri.
    Forse è proprio vero che un bambino quando scrive il proprio nome scrive il nome di una generazione intera!

    I miei complimenti sinceri per questo bellissimo libro. Lo sto leggendo con piacere e tanta curiosità!

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